(Una sfida memorabile). Proprio in questi giorni, esattamente il 17 ottobre scorso, è stato ricordato il cinquantenario di una memorabile partita di scacchi, soprannominata dal maestro Hans Kmoch la “Partita del Secolo”. Fu giocata a New York nell’importante torneo “Rosenwald Memorial”. E’ stata esaminata e descritta minuziosamente in tutte le riviste specializzate e più volte ricordata in libri non solo di scacchi ma anche di opere letterarie. Persino in un romanzo di un autore italiano, nel ridondante “per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome” di Roberto Cotroneo (Mondadori, 2002).
In quel lontano 1956, un ragazzo di appena 13 anni giocò la mossa “17… Ab6!!”, forzato a sacrificare la sua Donna ed entrando nella storia degli scacchi. Era Robert James Fischer, meglio conosciuto come “Bobby”. L’avversario, che giocava con il Bianco, era un allibito Donald Byrne, un forte maestro internazionale ventiseienne statunitense, fratello maggiore del GM Robert, ormai nel mondo noto per la sua leggendaria sconfitta.
Dopo questa partita, vero capolavoro di ingegno e tecnica e ancora più mirabile per la giovane età del protagonista, credo che nessun scacchista ha avuto tanta fortuna editoriale come Bobby Fischer, la figura più mitica degli scacchi. Uno dei pochi scacchisti conosciuti anche dai non scacchisti. I libri che parlano di lui e delle sue partite sono ormai centinaia. Scritti o tradotti in tutte le lingue del mondo. Sono tanti e così dettagliati che diventa quasi impossibile leggere qualcosa di nuovo. Tanto ogni aspetto della personalità è stata studiata, la sua bravura e tecnica scacchistica analizzata, le sue vittorie commentate, le sue vicissitudini raccontate anche con esagerata evidenza dai media.
Fischer è nato a Chicago il 10 marzo 1943 in una famiglia povera. La madre, separata dal marito, ingegnere nucleare, che Bobby praticamente non conoscerà, si trasferisce, insieme alla sorella maggiore Joan, a New York, nella zona di Brooklyn. Giovanissimo, dopo aver appreso il gioco degli scacchi a sei anni dalla sorella, frequenta il “Brooklin Chess Club” e, più tardi, il “Manhattan Chess Club”, il prestigioso e antico circolo scacchistico di New York. A quindici anni, il più giovane allora scacchista del mondo, conquista il titolo di grande maestro. Con un rapporto burrascoso con la madre e nella totale dedizione allo studio e al gioco degli scacchi, il giovane Bobby non ha amici, cresce solo e senza alcun interesse per il mondo esterno. Nel torneo dei candidati al campionato del mondo per il 1971 a Vancouver (Canada) riesce a battere il sovietico Tajmanov con l’insolito punteggio di 6 a 0. Si conferma il giocatore più forte al mondo, capace d’opporsi alla “macchina scacchistica” russa dell’epoca. Si fa conoscere per le sue bizzarrie, i suoi sentimenti antisemiti, il suo curioso credo religioso, la sua difesa intransigente del “professionismo” negli scacchi. In un periodo particolarmente delicato della storia mondiale contemporanea e al culmine della “guerra fredda”, a Reykjavik, capitale della sperduta Islanda, dall’11 luglio al 1° settembre del 1972, si svolge la “Sfida del secolo” vinta da Fischer su Spasskij con un punteggio di 12,5 a 8,5. L’evento, che catalizzò l’attenzione di tutti i media nel mondo, diede un notevole impulso propulsivo all’interesse verso gli scacchi nelle giovani generazioni dell’epoca, creando un alone mitico, che ancora vive intorno a Fischer. Poi sparì, abbandonando la scena scacchistica internazionale e diventando un vagabondo, facendosi crescere una folta barba per non essere riconosciuto. Tanto che, scambiato per un rapinatore di banche, fu arrestato il 26 maggio 1981 e tenuto dietro le sbarre del carcere di Pasadena per due giorni. Ricomparve nel 1992, in Montenegro, in piena guerra iugoslava, per una nuova sfida con Boris Spasskij. Iniziò a giocare dopo aver platealmente sputato sulla lettera del ministero del Tesoro USA che lo invitava a disertare il match con il suo vecchio avversario per non violare la risoluzione ONU, numero 12810. Vinse nuovamente, ma senza destare particolare interesse se non per l’ingente premio messo in palio dal discusso banchiere iugoslavo Jezdimir Vasilijevic. Per ultimo è ritornato sulle prime pagine dei giornali per alcune sue sconsiderate dichiarazioni e per il suo nuovo arresto, il 13 luglio del 2004, da parte della polizia giapponese presso l’aeroporto di Narita, a seguito della richiesta d’estradizione avanzata degli Stati Uniti. Poi, più nulla, dopo essere stato generosamente accolto e aver ottenuto la cittadinanza in Islanda. Il mandato di cattura emesso nei suoi confronti dagli Stati Uniti per aver violato le sanzioni contro la Iugoslavia rimane valido e rischia ancora dieci anni di carcere.
Reuben Fine, psicologo americano e maestro di scacchi, autore dell’indimenticabile studio “La Psicologia del giocatore di scacchi”, pubblicato nel 1956 e con l’aggiunta di due saggi su Fischer e Spasskij del 1973 (Adelphi, 1976 e più volte ristampato), fu il primo a ricercare le ragioni profonde che inducono i campioni a dedicare al gioco uno smisurato spazio mentale e pratico. “Gli scacchi sono la vita!” ricorderà Bobby nel periodo di Reykyavik, correggendo l’affermazione del suo sfidante Spasskij che aveva affermato “gli scacchi sono come la vita”.
E’ con non poca meraviglia, quindi, trovare, nei giorni scorsi, l’8 ottobre 2006, sul sito web de “L’Italia Scacchistica” (http://www.italiascacchistica.com/cgi-bin/filodiretto/) la notizia, con il titolo “un libro sul match Fischer-Spassky”, che l’ennesima e nuova opera sull’XI Campione del mondo, e su un avvenimento scacchistico che non ha eguali nella storia, era pronta in traduzione italiana.
E’ appena apparso in libreria, infatti, il lavoro dei giornalisti della BBC, autori di “La lite di Cambridge”, David Edmonds e John Eidinow “Bobby Fischer va alla guerra” (traduzione dall'inglese di Andrea Buzzi, pp. 426). Un volume che proprio in queste pagine era stato segnalato da tempo e che la casa editrice ha deciso di mandare in libreria in ritardo sul programma iniziale e solo in questi giorni.
Anche il giornalista Alberto Papuzzi, che ha ricevuto il “Premio Alvise Zichichi 2006” per il “Miglior articolo su quotidiano”, parla ampiamente del libro con un articolo di cinque colonne su “La Stampa”. E’ apparso, improvvisamente con grande evidenza, il giorno 18 ottobre, a pagina 27, nella sezione “Cultura”, con il titolo “Fischer-Spasskij la guerra fredda su una scacchiera” e, sopra una rara immagine del match di Reykjavik, il forte richiamo: “La più grande partita della storia in un libro che ne sottolinea le implicazioni politiche”. D’altronde per Papuzzi l’argomento è a lui caro da sempre. Ricordiamo un suo articolo, apparso, immancabilmente su “La Stampa”, a pagina 31 del 30 luglio 2003, dal titolo “I 50 giorni che sconvolsero la scacchiera”. Raccontava, in modo brillante, l’estate del 1972 a Reykjavik quando un americano autodidatta e sregolato duellava contro l’apparato burocratico sovietico. Quando tutto il mondo si appassionò e tutti incominciarono a giocare a scacchi.
Che dire poi delle poche righe che lo scrittore Nico Orengo, nel “Segna Libro” dell’ascoltato settimanale culturale di cui è curatore “TTL tutto libri” di oggi, sabato 21 ottobre, dedica, con la solita acutezza e penna felice, al volume con il titolo “America-Urss gli scacchi della guerra fredda”?
Il libro non propina partite e non appare esclusivamente rivolto agli scacchisti. Forse per ciò non stupisce trovare una traduzione, almeno sotto l’aspetto tecnico-scacchistico, con tante numerose imprecisioni. A solo titolo d’esempio il pezzo degli scacchi raffigurante la “donna” è chiamato sempre con l’antiquato termine di “regina” (parola usata solo nei paesi di lingua anglofona: Queen). La famosa ritirata d’alfiere nella partita contro Byrne è indicata con “Be6” (p. 25) ignorando, probabilmente, che la lettera “B” indica l’iniziale dell’alfiere in inglese (Bishop). Errore, peraltro, che, stranamente, non è ripetuto nella descrizione della impensabile ventinovesima mossa di Fischer nella prima partita del match mondiale di Reykjavik quando il superstite alfiere nero cattura il pedone di torre di Spasskij, mossa ora indicata con “Axh2” (p. 213). Stupisce, ancora, trovare scritto, senza una nota esplicativa, tranne quella generica degli autori ad inizio volume, la quarantunesima mossa della terza partita con «B-Q6 scacco» (per …Ad3+), la prima vinta da Fischer dopo di quella persa a forfait. Capita di incontrare, inoltre, espressioni come “partite a cadenza veloce” (p. 42) o tornei ad “incontri lunghi” (p. 44) o “gare di velocità” (p. 376) o, ancora, altre strane inesattezze perfino nella bibliografia. A dimostrazione di ciò non è indicata la traduzione italiana della nuova edizione del lavoro di Dimitrij Plisetskij e Sergej Voronkov che rimane, sino ad oggi, il libro più importante e documentato sulla vicenda (“I russi contro Fischer”, Caissa Italia, 2003).
Nel ricostruire la storia, comunque, i personaggi, le vicende e il clima “politico” nel saggio di Edmonds e Eidinow appaiono esattamente ricostruiti, gli episodi verificati, le fonti rintracciabili e le testimonianze importanti non prive di espliciti richiami. Si offre ancora come verosimile, così, la famosa telefonata che fece Henry Kissinger, allora consigliere per la sicurezza nazionale statunitense, per convincere Bobby a giocare: «Qui è il peggior giocatore del mondo che chiama il miglior giocatore del mondo» (p. 185). Le citazioni sul significato del gioco, inoltre, sono numerose ed appropriate, come appaiono rispondenti alla realtà le figure del Partito Comunista dell’Unione Sovietica che guidavano gli scacchi dell’epoca. Dagli ancora poco noti Victor Baturinskij, Lev Abramov, Michail Beilin ai più conosciuti grandi maestri Michail Botvinnik, Igor Bondarevskij, Efim Geller, Nikolaj Krogius e tanti altri. Persone praticamente incaricate dal regime sovietico per controllare il sistema di selezione per il titolo mondiale. Dalla fine della seconda guerra mondiale questa sfida, infatti, aveva visto contrapposti e in modo esclusivo due sovietici. Tra le “dramatis personae” dell’incontro anche gli americani e, primo fra tanti, l’emblematico prete cattolico, grande maestro e secondo di Fischer, William Lombardy. Non mancano neppure gli islandesi da Fridrik Olafsson alla fedele guardia del corpo Saemundur Palsson, detto “Saemi-rock”.
Anche Garry Kasparov nel quarto volume del pregevole “I miei grandi predecessori. Fischer e le stelle dell’Occidente”, apparso nel 2004, ed ora tradotto, con la consueta attenzione, dal russo da Roberto Allievi per le Edizioni Ediscere, parla a lungo di Fischer. La seconda parte, di oltre 300 pagine, è, infatti, interamente dedicata al campione americano. Ed è citato proprio il libro di Edmonds e Eidinow “Bobby Fischer Goes to War” comparso a Londra nello stesso anno. Kasparov ritiene che a seguito delle ricerche effettuate dai due autori inglesi “si è scoperto che molti dettagli della genealogia di Fischer, compresi quelli relativi alla sua nascita, andranno probabilmente riscritti” (p. 263).
A lettura ultimata di “Bobby Fischer va alla guerra”, sono proprio le rivelazioni sulla forte personalità di Regina, la madre di Fischer, e sul rapporto redatto dall’FBI in trenta anni di sorveglianza perché ritenuta un’agente sovietica, raccolte in una “Appendice”, che rendono questo libro in qualche modo “nuovo” e ricco di sorprese. Troppo poco, certo, per renderlo un libro indispensabile da tenere nella propria libreria. Anche se ben sviluppato risulta, in particolare, il capitolo 18, interamente dedicato al “Contagio scacchistico” che si verificò in tutto il mondo a seguito dell’avvenimento di Reykjavik e le pagine dedicate al campione Boris Spasskij, “il russo di Leningrado”. Un eroe positivo dal risvolto umano e perciò destinato, come un redivivo Ettore, a rimanere sconfitto nell’apocalittico duello. Un uomo oggi quasi settantenne che, a differenza di Fischer, sembra aver ottenuto tutto dalla vita: “un matrimonio felice, scacchi a livello agonistico a volontà e la libertà dalle ingerenze del sistema sovietico nel quotidiano. Oggi vive serenamente in mezzo ad altri fuoriusciti russi nella tranquilla città settecentesca di Meudon, ai margini della capitale francese, famosa per aver annoverato fra i suoi cittadini lo scultore Rodin. Spesso viene invitato come «ambasciatore» degli scacchi e viaggia molto in Russia e in altre parti del mondo. A casa sua la scacchiera è sempre pronta, ma anche la racchetta da tennis è a portata di mano” (p. 367).
Un libro, in definitiva, di un certo interesse che riesce a mettere a fuoco una pagina di storia che oggi appare incredibile. Basti pensare ai tentativi dei russi, aiutati dal servizio di spionaggio del KGB e debitamente registrati in asciutte pagine, per accusare gli americani di usare mezzi chimici ed elettronici per influenzare Spasskij. Tanto da arrivare, su insistenza di Geller, ad ispezionare e radiografare la poltrona girevole di pelle nera su cui sedeva Fischer e che lui si portava dietro dai tempi della sua vittoria con Petrosjan. E per non parlare delle vicissitudini, a volte particolarmente crudeli come quelli accaduti a Tajmanov, subite dagli scacchisti russi che tornavano in patria sconfitti o che, in qualche modo, si dimostravano non dico ostili ma appena perplessi sul “regime” e sull’apparato “burocratico” che governava gli scacchi.
Tanto il racconto sarà più utile quanto sarà riuscito a ricordare una saga scacchistica senza precedenti a qualche lettore più giovane di chi scrive. Un libro, inoltre, che, rivolgendosi essenzialmente ad un pubblico vasto e meno specialistico, può contribuire ad invitare i lettori ad incuriosirsi, se non altro si spera almeno un poco di più, del gioco degli scacchi. Un gioco che racchiude interessi non solo ludici ma, come timidamente testimonia il libro, anche culturali, sociali e che coinvolge, persino, la politica e la sua stessa ideologia.
(21. X. 2006)
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