LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Trentatreesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Il romanzo di Bufalino sul campione cubano). Anche la “Terza Pagina” del “Corriere della Sera” dedica un articolo a quattro colonne, con l’autorevole firma dello scrittore Matteo Collura, al romanzo incompiuto di Gesualdo Bufalino sul campione cubano Josè Raul Capablanca y Graupera (1888-1942). A pagina 33 del 12 agosto 2006 appare l’informato brano “Capablanca e Bufalino, scacco matto alla vita”, con una bella fotografia giovanile del “genio amato dalle donne e dal cinema”.
    Il libro di cui parla Collura è lo splendido “Shah Mat. L’Ultima partita di Capablanca”, stampato dalla casa editrice Bompiani in edizione limitata e fuori commercio, con una elegante copertina raffigurante il dipinto “Echec et mat” di René Magritte. In questo volumetto, già segnalato in queste pagine (vedi in questa rubrica «Capablanca, “Shah Mat” al desiderio», “Trentesima puntata”, N. 139), sono amorevolmente raccolti i primi due capitoli del racconto tratti dai superstiti 29 fogli dattiloscritti dello scrittore comisano che il professore Nunzio Zago, direttore scientifico della Fondazione Bufalino, ha, con ineccepibile zelo, curato per espressa volontà della vedova, signora Giovanna Leggio Bufalino.
    Matteo Collura, sempre sul Corriere a pagina 35 del 22 febbraio del 1997, aveva dedicato con “Bufalino, l'ultimo scacco matto” un altro articolo sul romanzo che l’autore di “Diceria dell’untore” stava iniziando a scrivere su Capablanca, dieci anni fa, quando perse la vita in un incidente stradale. Ora, in questo ultimo intervento, approfondisce i contenuti del racconto, rivelando anche preziose ed inedite testimonianze.
    Bufalino, nel romanzo che non riuscì a completare, narra in terza persona, tra invenzione e realtà, l’ultima giornata di vita del “don Giovanni degli scacchi”. Siamo a New York, il 7 marzo 1942, quando il cinquantaquattrenne campione di scacchi, già minato dalla malattia, è abbordato da una giovane donna nel buio di un cinema dove si proietta il musical “Weekend in Avana”, la cui unica attrattiva “stava nel promettere qualche cartolina a colori della sua isola antica”. In una stanza d’albergo si consuma il loro incontro ma non il rapporto cercato da Claudette. E’ un incontro solo di parole e ricordi, forse a lungo desiderato da Capablanca, fino a quando si interrompe, purtroppo per noi, il racconto. Bruscamente, con la frase: «A questo punto qualcuno bussò alla porta». Non conosceremo mai il misterioso intruso e il seguito della fascinosa narrazione, appena iniziata.
    Ma perché un campione di scacchi nella galleria narrativa di Bufalino, si domanda Collura? Una giovanile passione, quella degli scacchi. «Battevo tutti, rammento, coetanei con l’acne, adulti increduli, famigerati portabandiera dei dopolavori vicini. Giocavo con gli occhi bendati, amavo i colpi spettacolari, i gambetti, i sacrifici di Donna … Dopo qualche po’ rinsavii, mi prese un’uggia del vincere, una sonnolenza, e non un sonno della ragione, che non esito a credere m’abbia salvato da una trappola che qualcuno m’aveva teso. Morphy non fu così fortunato …». In questi ricordi di Bufalino, che lo studioso Zago riporta nella bellissima postfazione, ricca di rimandi e note, “Qualcuno bussa alla porta. Capablanca e Bufalino”, la risposta sembra chiara. Così come lo è per Collura. Come ebbe a confidargli, quando fu ricoverato, nel luglio del 1994, nell’ospedale Monzino di Milano per disturbi cardiaci, chiedeva “di trovargli notizie su quel campione di scacchi, convinto che avrei potuto rovistare nel vasto archivio del Corriere della Sera”. Tra i furori ludici e amorosi di Capablanca, c’è la visione del grande scrittore della vita come metaforica partita a scacchi, annota Collura. La medesima che Bufalino aveva vissuto e che era suo intendimento consacrare in un’opera letteraria. Riteneva, infatti, che «Capablanca sembra un personaggio inventato, pensato apposta per fare il protagonista di un romanzo».
    Peccato che l’autore, lettore dei testi del campione gentiluomo “La mia carriera scacchistica” e “Ultime lezioni”, trovati tra i libri posseduti e conservati presso la Fondazione a lui intitolata, ci ha lasciati così improvvisamente e tragicamente. E senza poter conoscere quel «qualcuno» che bussa, forse troppo presto, alla porta ...
    (14. VIII. 2006)

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    (Un economista scacchista). Il 3 settembre 2006 è apparsa un’intervista di Pino Fornara a Kenneth Rogoff sul sito web del “Sole24Ore.com”. Il titolo: “«Economia mondiale ok, ma per la Cina prevedo una brusca frenata»”.
    L’incontro è avvenuto in margine al Workshop Ambrosetti di Cernobbio. Rogoff, 53 anni, capo economista del Fmi dal 2001 al 2003, è oggi professore a Harvard (il suo libro “Foundations of International Macroeconomics” viene adottato nelle università americane, ma anche europee). Fornara tiene a mettere in risalto, presentando lo straordinario curriculum del professore, considerato uno dei maggiori esperti in materia di tassi di cambio, ciò che lui chiama “una curiosità”: Rogoff ha il titolo di grande maestro internazionale di scacchi.
     (3. IX. 2006)

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    (Avventure sulla scacchiera). Oltre l’affascinante volume di Mihail Marin “Sulle spalle dei giganti”, edito recentemente da Caissa Italia e del quale si è or ora parlato, due ottimi libri hanno deliziato le mie vacanze estive.
    Nei pomeriggi accaldati di agosto della solitaria e svuotata città, dopo l’abitudinaria nuotata tra i Faraglioni del Golfo dei Ciclopi, nel tratto di mare prospiciente il Faro di “Capo dei Mulini”, traboccante di mitologia e stranamente ancora colorato di un blu intenso striato di verde e trasparente come una volta, sono stato in compagnia, infatti, di due ottimi libri.
    Il primo, compilato con educativa ironia e certosina precisione dal MI Fabio Bruno, con il titolo “Carpe diem, ovvero l’attimo fuggito”, compare come quinto volume della significativa collezione di “Scacchi - Autori italiani” delle Edizioni Ediscere (2005, pp. 220, €18,00) e, il secondo, intitolato “Magnus Carlsen, Grande Maestro a 13 anni, la storia e le partite”, scritto con mano leggera e felice dal GM norvegese Simen Agdestein, inaugura la nuova e ariosa collana della Prisma Editori “I grandi giocatori contemporanei” (2006, pp. 256, €28,00).
    Due libri magnifici, dicevo. Quello del marchigiano Bruno, 49 anni, è anomalo e sorprendente come la carriera scacchistica del suo autore. Negli ultimi tempi, dopo aver abbandonato per anni l’agonismo per dedicarsi alla professione di ristoratore, ha ripreso a giocare vincendo tutto ciò che era possibile vincere (titoli assoluti FSI e UISP, titolo a squadre FSI, ancora open e tornei a inviti FIDE) conseguendo il titolo di Maestro Internazionale e riuscendo a realizzare la sua prima norma di GM.
    Questo è il suo primo libro. Una selezione di 29 partite, tutte tratte dal XVI Festival Internazionale di Porto San Giorgio, uno dei tornei più affermati a livello internazionale che si svolge in Italia (vinto quell’anno, il 2004, dal trentanovenne Grande Maestro olandese Friso Nijboer). Tutte le partite sono estesamente commentate ed esaminate con un medesimo sottile filo conduttore, particolarissimo: come spesso il giocatore, ormai vincente, non sappia cogliere gli “attimi fuggiti”, tutti diversi e imputabili a disparati fattori, per concludere a suo vantaggio la partita. Le mosse, giuste o sbagliate, diventano così le principali protagoniste del libro. A volte una sola mossa, un “attimo”, appunto “fuggito” per sempre, modifica il risultato e, turno dopo turno, anche la classifica finale. Partite “vinte” che finiscono sprecate in modo clamoroso; posizioni raggiunte sulla scacchiera con facile vittoria da prendere “al volo” e con probabile segnalazione per il “premio speciale per la partita più bella” che, invece, per non saper cogliere l’attimo favorevole, finiscono salomonicamente patte; partite ormai perdute irrimediabilmente che risultano, alla fine e senza fatica, vinte. Con mano sicura, il maestro ci conduce a scoprire le varie categorie esistenti di “attimi” e mosse pericolose, soffermandosi anche sulle situazioni psicologiche che si presentano durante il gioco e spiegando in dettaglio, e utilmente per noi scacchisti, cosa passa per la testa in quei momenti. Ci conforta, anzi, di ricredere di non essere solo noi a non saper cogliere, a volte, l’attimo fuggente.
    Attimi tutti differenti e che, grazie alla dotta citazione della locuzione “Carpe diem” tratta dai Carmina del poeta latino Orazio (Carm. 1, 11, 8), che dà il felice titolo al libro, possono essere chiamati, oltre che “fuggenti”, con diversi e beffardi appellativi secondo le circostanze: “svolazzanti”, “vincenti”, “pareggianti”, “rimandanti”, “rilassanti”, “ingabbianti”, “attimi di gloria” e molti altri. Come non citare, ad esempio, il maligno “attimo Pellegrino” (utilizzato nella istruttiva partita n. 6 che il bravo Flavio Fulvi poteva tranquillamente vincere contro il più forte MI rumeno Andrei Nestor Cioara) che, come il solitario rapace, svolazza, oltre nelle campagne marchigiane - care all’autore - a ridosso dei Monti Sibillini, sempre sopra la nostra scacchiera, nell’attesa di avvistare una preda solitaria e senza lasciare possibilità di salvezza. Bruno invita proprio a saper “cogliere l'attimo”, quello giusto naturalmente. Non l’attimo “ingrassante” (per l’avversario) che fa perdere banalmente all’autore, presente come giocatore nel torneo, la partita n. 14, una “Difesa Semi-Slava”, contro il GM ungherese Ivan Farago. Una partita sino a quel punto condotta con l’iniziativa di un Nero determinato a vincere e che il Maestro, umilmente e coraggiosamente, offre ai lettori come unica sua partita commentata. Una sconfitta incredibile. Simile, forse, ad alcune altre che non gli hanno consentito di entrare nella Nazionale Olimpica, come premio e ciliegina finale dei pur continui successi ottenuti negli ultimi due anni.
    In ristrettezza di tempo e mentre l’orologio insiste nel suo silenzioso ticchettio, le decisioni sono sempre opinabili, certo. Ecco allora la necessità di essere sempre presenti e vigili come quel “carpe diem” vuole ricordare e il libro di Bruno insegnare. Una massima di grande importanza per ogni azione umana, in ogni caso. Solo sul presente l'uomo può intervenire e solo sul presente, quindi, deve concentrarsi, come suggerisce Orazio, il suo agire. In ogni sua manifestazione, deve sempre cercare di cogliere le occasioni, le opportunità (e le gioie non esclusive della vittoria) che si presentano in un dato momento, oggi e che è necessario non lasciarsi fuggire. Momento rivalutato recentemente con il film “L'attimo fuggente” del 1989, diretto da Peter Weir. Nella poetica opera cinematografica, piace ricordarlo, il professor Keating (Robin Williams) insegnava, nella severa Accademia maschile Welton, agli allievi a pensare finalmente con la propria testa, proprio come intende fare l’autore con questa sua prima opera. Un libro non di grande mole quello di Bruno ma veramente pregevole, senza imprecisioni nonostante le lunghe ed istruttive varianti analizzate. Emergono, al riguardo, la cura tipografica del suo competente curatore, Valerio Luciani, e le simpatiche vignette di Roberta Carlocchia che accompagnano le partite. L’Editore, consapevole che per creare “cultura scacchistica” non basta tradurre e presentare, seppure in modo a dir poco esemplare, libri stranieri di successo, offre, con lo smilzo ma denso lavoro di Fabio Bruno, un raro esempio di lungimirante amore per il progresso editoriale e della letteratura scacchistica italiana. Un libro premiato meritatamente dalla FSI, alla “Fiera del Libro di scacchi. Premio Zichichi 2006”, recentemente svoltasi a Cesenatico, come “miglior libro di autore italiano”.
    Dimenticavo. Nel libro non c’è traccia del verso oraziano che precede il “carpe diem” e mi sembra opportuno richiamarlo alla memoria. Inserisce, infatti, il poeta, nel precedente verso delle Odi, la poetica frase “Dum loquimur, fugerit invida aetas” (“Mentre parliamo, il tempo invidioso sarà già passato”) con buona pace dei vinti e gloria per i vincitori.
    Il secondo libro, quello di Simen Agdestein, ex calciatore divenuto il più forte scacchista norvegese e per sette volte Campione Nazionale, ci riporta ad altre avventure sulla scacchiera, non meno affascinanti. Ci racconta del cammino umano e scacchistico del prodigioso tredicenne Magnus Carlsen, diventato, alla fine di aprile 2004, il più giovane grande maestro del mondo grazie alla sua strepitosa performance all'Open di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti.
    Agdestein ha scoperto il potenziale di Carlsen molti anni fa e ha predetto per lui un grande futuro, assumendosi il compito di divenire suo instancabile e fidato mentore. Sin da quando, in un gelido gennaio del 2000, al Campionato scolastico norvegese di Gausdal, si fece notare pur avendo cominciato a partecipare ai tornei appena sei mesi prima, ad otto anni e sette mesi (luglio 1999) e aver iniziato a giocare a scacchi, con suo padre, a cinque anni e senza mostrare particolare inclinazione. Ora, in questo bel libro, il Grande Maestro norvegese racconta la crescita, non solo scacchistica, del giovane campione con simpatica complice semplicità, così come può essere narrata una favola non ai bambini ma a giudiziosi adulti.
    Magnus ha tratto beneficio, oltre degli insegnamenti di Agdestein praticati nella sua scuola di scacchi, in quegli anni appena costituita all’interno dell'Istituto Norvegese dello Sport e del suo allenatore Torbjorn Hansen, anche da altre circostanze. In primo luogo, innegabilmente, dalla decisione della sua famiglia di non lasciarlo mai solo. Persino disposta ad abbandonare per lungo tempo la vita normale, per accompagnarlo, in oltre ventidue Paesi diversi, in tutti i tornei cui è stato invitato. Stupisce al riguardo il parallelismo con i viaggi in tutte le corti d’Europa pianificati da Leopold Mozart, insieme alla sua famiglia, per assecondare il giovanile genio musicale del piccolo figlio Wolfgang Amadeus. E Mirko Czentovic? Ricordate il rozzo campione mondiale di scacchi creato dalla magistrale penna di Stefan Zweig nel racconto più bello in assoluto sugli scacchi? Un uomo ignorante, ex contadino, diventato soltanto una macchina per vincere a scacchi, nuovo “asina di Balaam”. Parafrasando Musil, Daniele Del Giudice, nella illuminante prefazione alla edizione Garzanti de “La novella degli scacchi” (Gli elefanti, 1991, p. 11) commenta dicendo che Czentovic non è “un uomo senza qualità”, bensì “un uomo con una qualità”, ... una sola. Una qualità inutile e brutale. Un grande musicista non può non intendersi anche di arte o di letteratura o aprirsi al mondo. Così come mai deve accadere ad un bravo scacchista, soprattutto se ancora giovanissimo. L'intelligenza non può essere rinchiusa in un settore esclusivo e il “sapere”, in ultima analisi, è unico. Rapportarsi con il prossimo, viaggiare, conoscere luoghi nuovi, lingue diverse, ascoltare gli altri, leggere è un compito fondamentale per la crescita dell’intelletto di ciascuno, così come accaduto al bambino prodigio Mozart e così come riteniamo accade, meglio conoscendolo con questo bel libro, al piccolo Carlsen. Appunto, il “Mozart degli scacchi” come lo ha definito “The Washington Post”.
    Significative considerazioni vengono al riguardo svolte da Agedestein sull’importante ruolo svolto da tutta la famiglia per un sereno sviluppo intellettuale e formativo del figlio. Pagine memorabili sono dedicate ai genitori Henrik e Sigrun, al coinvolgimento delle sorelle Ellen, Ingrid, Signe e, perfino, dei nonni. Tutte persone attente che hanno saputo adottare, responsabilmente, decisioni importanti a vantaggio del piccolo Carlsen, come quella di prendere, un “anno sabbatico” per andare, con la gioia di voler crescere insieme, in giro per il mondo con il vecchio camper di famiglia, un Hyundai H100 del 1994.
    Ho incontrato Magnus Carlsen a Taormina, nel novembre del 2003. Allora dodicenne e fresco della nomina di Maestro Internazionale, era impegnato all’Hotel “Villa Belvedere” - sito su un panorama incantato a picco sul mare e circondato da aranceti - nel torneo internazionale ad inviti “Memorial Claude Pècaut”. Rimasi stupito, in quella occasione, non solo del gioco semplice e solido messo in atto, ma dal suo stesso serio comportamento durante le partite. In particolare, mi colpì l’eleganza del suo gesto nel muovere i pezzi immediatamente, dopo aver saggiamente riflettuto, senza tentennamenti di sorta, come un esperto pianista sulla tastiera di un pianoforte. Un ragazzino silenzioso e riservato, con un fisico aggraziato che dimostrava almeno due anni in meno della sua già giovane età. Ma il comportamento, forse perché unico bambino tra adulti, non tradiva affatto i suoi giovanili anni. Oltre l’aspetto, solo altre circostanze li svelavano: il particolare modo di stare seduto, quasi accovacciato su una delle sue gambe, la ciotola di frutti glassati posta vicino alla scacchiera, la colorata bottiglia di plastica da ciclista a fianco del formulario che strideva con l’elegante ambiente della sala da gioco ricco di eleganti mobili da antiquariato e, infine, il volto radioso dell’adolescente che è consapevole di dare grattacapi a maturi e titolati avversari. Senza, peraltro, ferirli o paura di rimanere ferito. Anzi grato di avere la fortuna di potersi confrontare con loro, nel gioco amato. Mi domandavo, inoltre, in quei momenti, i motivi della completa assenza di pubblico e dei media nel seguire un avvenimento di tanta forza e significato. Nessuna notizia era stata data dell’incontro, almeno in Italia, se non nelle riviste specializzate e ad avvenimento, ormai, concluso. Sapevo, al contrario e purtroppo diversamente da come accade da noi, che le partite giocate nel fantastico scenario di un posto incantevole ricco di storia erano trasmesse e seguite in diretta, via internet, in Norvegia! E mi ha fatto particolarmente piacere che Agdestein ricordi con particolare simpatia il soggiorno siciliano di Carlsen in alcune pagine del suo racconto, illustrando anche una partita di quel torneo con il MI serbo, amico di molti scacchisti della nostra ospitale isola, Zivojin Ljubisavljevic.
    Ma sono ben riportati i diversi soggiorni in ogni parte del mondo, i suoi interessi sportivi, la sua memoria straordinaria e le sue curiosità intellettuali, così come gli incontri con personaggi importanti nella storia degli scacchi. Come quando fu invitato a scambiare qualche parola, nel 2004 a Mosca, con Vasiliy Smyslov, campione del mondo nel 1957-1958.
    Ancora, l’esame delle centosette partite più importanti giocate da Carlsen nella sua breve e fulminante carriera, sono commentate in modo comprensibile e mai barboso. Un ulteriore strumento per consentire di misurare il formativo progresso della personalità del ragazzo prodigio, come completamento naturale della narrazione. Infine, nel libro, forse più di ogni altra cosa, si apprezza l’analisi psicologica della sua crescita umana, giorno dopo giorno, torneo dopo torneo. Quasi un caldo invito a leggere l’avvincente racconto anche da parte di coloro che hanno una conoscenza limitata degli scacchi.
    Un dettagliato indice dei risultati principali (luglio 1999 - giugno 2004) e quello degli avversari, insieme con alcune belle fotografie, rendono questo volume ricco, ben fatto e di piacevole utile lettura.
    Una bella estate.
    (11. IX. 2006)



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