|
Trentesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
|
(Una regina contesa). Il sito web della rivista “L’Italia Scacchistica”, attenta come sempre a quanto accade quotidianamente nel mondo degli scacchi, annuncia, in tono forse troppo trionfalistico, che sono stati ben 250 gli articoli apparsi su riviste e giornali italiani a commento delle “37e Olimpiadi degli Scacchi”, appena concluse a Torino. Noi stessi, in questo periodo, ci siamo dovuti alquanto impegnare per seguire la “rassegna stampa” scacchistica, fonte dei nostri amati “appunti”.
«Wanderfull» è il laconico commento al termine della manifestazione torinese del calmucco Kirsan Ilyumznhov, discusso neo eletto presidente della Fide. In giro nell’Oval, d’altronde, si respira aria di grande soddisfazione, e non solo per le punte giornaliere di mille visitatori presenti in sala nonostante l’elevato costo del biglietto d’ingresso, i quaranta milioni di spettatori via internet, i quattromila libri venduti, insieme a scacchiere elettroniche e a tutti i diversi “aggeggi” comprati per ricordo. Ma per tutto. Un vero successo. Un’organizzazione, peraltro collaudata con le Olimpiadi Invernali e le Paraolimpiadi e che ha fatto fronte all’evento, adesso purtroppo con meno risorse, ma riteniamo ugualmente in modo impeccabile, capace di dimostrare al mondo come l’Italia sappia amare anche gli scacchi, accogliendo duemila scacchisti di tante lingue e culture diverse. Come non essere grati a quanti sono stati artefici di questo successo: gli amici della Società Scacchistica Torinese e, in primo luogo, l’inesauribile Direttore Generale della manifestazione Michele Cordara, affettuosamente chiamato dal carissimo Alvise Zichichi, in tempi non sospetti, “l’irresponsabile colpevole” di questa bellissima avventura; Adolivio Capece responsabile dell’Ufficio Stampa, sempre attento, presente, informato e instancabile nel trovare ogni occasione utile per diffondere la manifestazione e il gioco e quanti hanno lavorato con tanta perseveranza e impegno per permettere ad un’organizzazione complessa di funzionare nel migliore dei modi e senza sbavature.
Ma non è questo, almeno solo questo, che ci rallegra. Non nascondiamo che abbiamo sperato, e molto, negli effetti mediatici di questo eccezionale avvenimento che si è svolto per la prima volta in Italia. Era la nostra speranza, la svolta tanto attesa per tentare di restituire al gioco degli scacchi nel nostro paese il posto di considerazione avuto nel passato e per rinnovare il fascino antico di cultura, arte, spettacolo. Un evento che ritenevamo sufficiente a riempire di curiosità tutti i media, e per richiamare anche le responsabilità di noi stessi scacchisti, per far crescere la “febbre degli scacchi”. Crediamo adesso, e benché i positivi segnali ottimisticamente indicati, che, almeno in questo importantissimo settore di profondo rinnovamento, sono pochi i successi ottenuti e nonostante lo sforzo titanico e generoso di molti. Riuscire, grazie ad un avvenimento straordinario, ad interessare una platea sempre più vasta, a spronare i tiepidi, ad incuriosire quanti nulla sanno di questo fantastico gioco.
Non è stato così, infatti. Non c’è stata la notizia che ha polarizzato l’attenzione, purtroppo. Non ci sembra assolutamente che le olimpiadi, anzi come barbaramente li nomina il francobollo celebrativo delle Poste Italiane, “Mondiali a squadre di scacchi” (sic!), sono stati una manifestazione, come pure è stato autorevolmente scritto, che hanno permesso “al nostro gioco di avere una visibilità che non si ricordava dai tempi dell'indimenticabile match tra Fischer e Spassky e del Campionato del Mondo di Merano”.
Spesso, in questi giorni, abbiamo domandato ai conoscenti se avevano seguito gli avvenimenti di Torino. Stupiti, non conoscevano neanche di che si stava parlando. I circoli scacchistici, almeno i locali, a solo titolo d’esempio, non hanno pensato di riunire i soci, allargando le sedute per un pubblico scolastico e per i loro familiari, per commentare qualcuna delle belle partite giocate nella competizione e che erano trasmesse in diretta, in tempo reale. La televisione, almeno qualcuno dei programmi nazionali, incaricata istituzionalmente di distribuire cultura, non ha provveduto, almeno in concomitanza con i giochi, a programmare un breve ciclo di trasmissioni per spiegare gli scacchi e raccontare la sua affascinante storia.
Se si esclude il quotidiano “La Stampa”, con un articolo giornaliero nelle pagine nazionali e uno o più nella cronaca cittadina insieme alla grande attenzione sul sito web e più articoli sui vari inserti, “La Gazzetta dello Sport”, praticamente ogni giorno almeno i risultati, “Tuttosport” e “la Repubblica”, ma, più spesso, solo nella cronaca cittadina, e i brevi quotidiani “lanci” dell’Ansa e Associated Press, l’avvenimento è stato praticamente ignorato. Non parliamo, poi, del “servizio pubblico” della televisione nazionale, non “regionale” o in digitale: se si eliminano due o tre trasmissioni di pochi minuti ciascuna, il silenzio è stato, in modo colpevole, quasi completo. Le olimpiadi gli scacchi, in definitiva, non hanno prodotto “notizia”. Né sono stati seguiti dai professionisti dei media, salvo qualche meritevole eccezione, con l’attenzione che un avvenimento del genere meritava, almeno per l’Italia.
Bene ha fatto Claudio Giacchino a raccogliere, nei suoi puntuali aggiornamenti sulle olimpiadi, anche le voci fuori del coro. Scrive su “La Stampa web” il 5 giugno 2006, al termine del successo dell’enorme sforzo olimpico torinese, nell’articolo “L’Armenia dà scacco al mondo ma il futuro è dei cinesi”: “Per la verità, all'Oval si sente anche qualche voce critica: Caissa-Italia, raffinato editore romano, e Roberto Messa, anima e direttore di Torre&Cavallo, l'unica rivista venduta con successo pure nelle edicole, parlano di «irripetibile occasione sprecata per far conoscere il movimento scacchistico in Italia», «vergognoso che per un'Olimpiade non si sia scomodato nemmeno un politico, l'unico che s'è visto è stato il sindaco di Torino»”. Aggiunge il bravo giornalista che ha sempre seguito l’avvenimento con intelligente e partecipe passione: “Perché gli scacchi decollino da noi occorre appaia un campione, ma all'orizzonte non c'è il benché minimo annuncio di tale epifania”.
In compenso, il campionato del mondo di calcio è alle porte. Persino il segretario generale dell’ONU Kofi Annan, appassionato tifoso, è ospitato nelle mitiche pagine color fucsia de “La Gazzetta dello Sport” dove dichiara di invidiare il pallone, che unisce il mondo più del suo Palazzo di Vetro. A differenza di quanto è avvenuto a Torino, ore ed ore di trasmissioni televisive ci sommergeranno sin dalle prime ore del mattino; i giornali, tutti, anche quelli di opinione, si trasformeranno in “gazzettini” sportivi, tralasciando o dando meno spazio, persino a notizie più importanti; spariranno impietosamente le rubriche considerate poco seguite e, in primo luogo molto probabilmente, quelle scacchistiche; il silenzio (finalmente!), tornerà protagonista nelle strade cittadine, quando le squadre, da domani, si incontreranno nei campi di calcio della Germania.
E’ molto triste constatare che, forse, e almeno per la maggior parte delle persone che nulla sanno del nobile gioco degli scacchi, come già ci è capitato di constare con meravigliata sorpresa, queste olimpiadi saranno forse ricordate solo per una marginale nota apparsa sul Times e rimbalzata sui giornali di tutto il mondo e, da noi, principalmente, su uno dei quotidiani più importanti ma che, precedentemente, si era trincerato in un ostinato silenzio, praticamente ignorando le olimpiadi per tutta la durata della gara.
Il 6 giugno 2006, “The Times”, infatti, ha pubblicato, con le autorevoli firme di Rajeev Syal e Raymond Keene, un lungo articolo su un marginale episodio di tensione avvenuto tra giocatori inglesi ed armeni, al termine dell’olimpiade degli scacchi, nella tradizionale festa di fine gara organizzata, per l'edizione italiana dell'evento, lo scorso 31 maggio al locale “Hiroshima Mon Amour” di Torino. Il titolo “How dare you take my queen?” e, il sottotitolo, “Battle of the chess grandmasters as leading Englnd player 'attacks' rival over dancefloor move”, non lascia molta fantasia per conoscere i fatti accaduti e grossolanamente ingranditi. La pagina web del “Corriere della Sera.it”, lo stesso giorno, riprendeva la notizia con il malizioso titolo “Scontro per la Kournikova degli scacchi” e, subito dopo, “Un giocatore britannico (geloso) avrebbe tentato di aggredire a un party il rivale armeno, reo di aver ballato con la giovane Arianne Caoili”, dedicando poi ampio spazio sul giornale. Per la verità, anche “La Stampa” si soffermava, diffondendo ancor più il piccante episodio, con un servizio di Francesca Paci apparso il successivo giorno 7, a pagina 37, con il titolo, non meno scandalistico, “Duello rusticano sulla scacchiera. Giocatore inglese aggredisce rivale armeno per colpa della bella australiana”.
Scrive, tempestivamente, intorno all’articolo del quotidiano londinese, “Messaggero Scacchi on-line”, giustamente preoccupato della eccessiva importanza data alla notizia: “Arianne Caoili, attualmente in gara al festival di Lodi e ricercata dai giornalisti di mezzo mondo per un'intervista, si è decisa a pronunciare un commento sull'accaduto: «Stavo solo ballando con il mio amico Aronian, che conosco da quand'ero bambina. Era una "salsa", ma nessuno di noi stava ballando in maniera provocante. Credo che Gormally sia diventato violento a causa dell'assunzione di alcol e medicinali. Questo è per me motivo di profonda tristezza, perché conosco entrambi da molti anni». Il seguito alla prossima puntata, sperando che le Olimpiadi di Torino non vengano ricordate solo per questo spiacevole episodio, riportato da "The Times" col titolo «Come osi catturare la mia Regina?» ”.
Probabilmente una non bella pagina sugli scacchi, ma che, a differenza di altre, ha fatto “notizia” e che sarà, purtroppo, a lungo ricordata malgrado l’asciutta e risentita smentita sul reale accadimento dei fatti del Capo Ufficio Stampa delle Olimpiadi degli Scacchi di Torino 2006. Il quale, peraltro, come noi ugualmente scriviamo, è costretto amaramente a registrare: “Come giornalista, mi spiace dover notare come tanti mezzi di informazione importanti dopo aver ignorato durante il suo svolgimento una manifestazione come le Olimpiadi degli Scacchi, che hanno coinvolto ben 145 Paesi del mondo e quasi 2.500 persone, abbiano ora dato tanta enfasi ad una non-notizia per di più falsa e che potremmo solo definire «pecoreccia»”.
Intanto il calcio in Germania impazza. L’affascinante modella tedesca Claudia Schiffer, madrina dei Mondiali, domani, durante la cerimonia di apertura, ammiccherà sorridente entrando nelle case di tutto il mondo per annunziare, come è stata definita da Pasolini, l’ultima “rappresentazione sacra” dei tempi moderni.
Il “nobile gioco” aspetterà per progredire, almeno da noi, un’altra favorevole occasione: è tutto. E senza il minimo animo polemico. Anzi, con sentimenti di sincera gratitudine per chi ha lavorato, con tanta lena e impegno, nell’eroico tentativo di innalzare gli scacchi, nella indifferenza di molti, forse di noi stessi, alle ambiziose mete che meriterebbe avere anche l’Italia, sull’esempio della sua millenaria storia e delle glorie passate.
(8. VI. 2006)
* * *
|
(Un vero campione). La sempre interessante rubrica televisiva “Agenda del Mondo”, l’approfondimento di “Tg3 Rai” a cura di Roberto Balducci e Fabio Cortese, in onda ogni sabato dopo l’ultima edizione del telegiornale, nella puntata del 10 giugno 2006, ci ha regalato una luminosa pagina di giornalismo. E una grande lezione di scacchi.
“Scacco ai talebani” è il titolo del breve ma denso documentario della nota inviata Lucia Goracci, inserito ad apertura di un altro notevole servizio d’attualità sullo sfruttamento del lavoro minorile, che racconta come un gioco può migliorare le regole sociali di un paese e farlo progredire in progresso e civiltà.
Sappiamo, infatti, che i talebani condannarono gli scacchi in Afghanistan e ne proibirono la pratica in tutto il paese. A giudizio di quel regime religioso gli scacchi violavano la legge islamica e dovevano quindi essere considerati pericolosi e condannati all’ostracismo. Non c’è quasi da stupirsi se consideriamo che, nel marzo 2001, quel dispotico sistema politico, basato su un’interpretazione oscurantista della shariah, la legge islamica, ordinò persino la distruzione, nonostante il grido di dolore del mondo civile, delle due stupende statue del Buddha scolpite sulle pareti di roccia di Bamiyan, una alta 38 m. e vecchia di 1.800 anni, l'altra alta 53 m. e vecchia di 1.500. In questo fanatico baratro d’intolleranza finirono anche i circoli dove era praticato l’antico gioco. Tutte le sedi furono chiuse d’autorità. Per lunghi anni sparirono le scacchiere, né era possibile trovarle in vendita. Si poteva giocare solo di nascosto, grazie a qualche uomo coraggioso che aveva riposto in luogo segreto le sue meravigliose figure di scacchi. Chi era sorpreso a giocare rischiava severe punizioni e se, scoperto, era messo alla gogna nelle piazze di Kabul e negli altri centri di quel martoriato paese.
Oggi però, con la caduta del regime, l’Afghanistan, riscopre questo gioco antichissimo che affascina un numero sempre crescente di persone. Tra costoro la giornalista Goracci, oltre a ricordare con raffinata poesia la fiaba della nascita del gioco degli scacchi, trova e segue anche Sarwany Hamidullah, un ragazzo di soli 17 anni, che per coltivare questa passione è volato a Torino, dove ha partecipato alle ultime olimpiadi. Parla con lui, ci fa conoscere la sua storia, il suo semplice ma coraggioso padre, il suo paese bello e crudele.
Hamidullah non ha vinto. L’unica sua partita, giocata nel primo turno con il Bianco contro il più forte vicino di casa turkmeno Grigoryan Karsen, si è conclusa con una secca sconfitta, costretto ad abbandonare dopo 34 mosse di coraggiosa e disperata lotta. Né migliore fortuna hanno avuto i suoi compagni di gioco: la sua squadra, con solo 4 vittorie, 3 patte e ben 6 sconfitte, si è classificata agli ultimi posti, 136a per l’esattezza.
Noi guardiamo, ugualmente, con ammirazione questo ragazzo afghano che, non disperandosi per la sconfitta, risponde alla giornalista con maturità ed assennatezza, dichiarando con ottimismo che da grande vuole studiare ingegneria nel tentativo di portare un contributo per costruire quanto è stato distrutto nella sua città di Kabul. Così come guardiamo con meraviglia una giornalista che, scegliendo nella folla anonima dei giocatori dell’Oval, ha saputo cogliere un volto, a dargli un nome e a raccontare un’affascinante storia, rendendola “notizia”.
Non sapremo quale sarà l’avvenire scacchistico di Hamidullah e solo in un prossimo futuro conosceremo i progressi scacchistici del suo paese. Abbiamo solo appreso, grazie ad una splendida trasmissione televisiva, i nobili sentimenti di un giovane e l’impegno per il suo avvenire, insieme all’amore che lo lega alla sua travagliata terra. Addolorato, in particolare modo, non di aver perduto una partita ma del comportamento dei militari americani che hanno fatto l'ultima cosa che avrebbero dovuto fare: sparare sulla folla inerme, sui suoi concittadini, appena pochi giorni fa.
Siamo sicuri che gli scacchi, ormai, nel bel ricordo dell’ordinata città di Torino, lo accompagneranno continuamente e gli daranno la forza per impegnarsi sempre di più nella crescita del nuovo Afghaninstan. E’ perciò che consideriamo, ugualmente, Sarwany Hamidullah un grande campione. Il gioco degli scacchi serve anche a questo, se sorretto da puntuali e significative informazioni.
(11. VI. 2006)
(Il breve “appunto” è apparso, con qualche lieve modifica e sotto forma di “lettera al Direttore”, su “L’Italia Scacchistica”, nel fascicolo di Giugno 2006, N. 1185, 96° anno, pag. 201, con il titolo “Scacchi in TV”, nella rubrica “La posta dei lettori”).
|
(Capablanca, “Shah Mat” al
desiderio). Una notizia straordinaria. E’ stato pubblicato il romanzo incompiuto e inedito di Gesualdo Bufalino su un episodio immaginario della vita del grande campione di scacchi cubano José Raùl Capablanca.
Il manoscritto che credevamo, ormai, perduto per sempre, come avevamo paventato e raccontato in queste pagine anni fa, è stato generosamente messo a disposizione degli studiosi dalla vedova di Bufalino, signora Giovanna Leggio. La Fondazione Bufalino, a dieci anni dalla tragica e improvvisa scomparsa del grande scrittore siciliano, morto il 14 giugno 1996 in un incidente stradale nella sua Comiso, lo ricorda oggi dando alle stampe il libro fuori commercio, edito da Bompiani, “Shah Mat. L’ultima partita di Capablanca”, a cura di Nunzio Zago.
L’annuncio è stato dato l’11 giugno 2006 dal prezioso “domenicale” de “Il Sole 24 Ore”. In prima pagina, pubblica una parte del romanzo incompiuto, con il felice titolo “Scacco al desiderio” e, nel sottotitolo, “José Capablanca incontra una sconosciuta in un cinema di New York e la porta a casa sua. «La scacchiera non è un gioco, è la vita», le spiega. E lei: «Allora io voglio essere la regina»”.
Capablanca, il maestro cubano campione del mondo di scacchi dal 1921 al 1927, nella fiabesca ricostruzione dell’autore di «Diceria dell’untore», non si abbandonerà all’eros, come prevedibile per un uomo che “mai si era tirato indietro davanti ad una tentazione dei sensi”, ma confiderà alla ragazza i ricordi della propria vita.
Una nuova pagina si apre così per conoscere meglio il riservatissimo autore siciliano, malato di «isolitudine» e scoperto da Leonardo Sciascia, con l’aiuto di Elvira Sellerio, insospettito della qualità di un testo di commento di Bufalino ad un libro di vecchie fotografie, “Comiso ieri”. Da quel momento, a 61 anni compiuti, iniziò, inaspettatamente, la fortuna letteraria di Gesualdo Bufalino, vincendo, clamorosamente, il Premio Campiello e, successivamente, il Premio Strega. Un “esordiente”, pur sessantenne, che ricevette immediatamente un’inconsueta attenzione da parte di lettori, di critici, di editori e registi cinematografici.
Un successo che continua ancora e si rinnova con la scoperta di un testo, pur breve ed incompiuto, dove gli scacchi sono un pretesto, ancora una volta, per scoprire non solo una inventata avventura di un campione, ma il fascino che, in più di un’occasione, offrono gli scacchi come metafora della vita. Seppure raccontata -con le magiche parole di un grande narratore in tono drammatico e perfino tragico - da un professionista del gioco, ormai malato, ad una sconosciuta prostituta, dal viso puerile e bello, Claudette, perché «Non sono un gioco, gli scacchi, rispose José. Sono guerra, teatro e morte. Cioè, tutt’intera la vita (…). La vita, sì. (…). Sai cosa scrisse un poeta persiano tanti secoli fa? Che noi siamo solo pezzi da gioco mossi da un giocatore invisibile. Giochiamo una partita sulla scacchiera della vita e uno dopo l’altro torniamo in silenzio nella cassetta del nulla…».
Gli scacchi sono stati una grande passione giovanile di Bufalino. I riferimenti legati al gioco degli scacchi, come è noto, sono presenti in quasi tutte le sue opere letterarie. Ma anche è possibile trovarli in numerose sue note autobiografiche. Basterebbe leggere alcuni suoi scritti sparsi in giornali e riviste e confluiti nel bellissimo “Cere perse” (Palermo, Sellerio 1985), dove gli episodi personali con riferimento agli scacchi sono diffusamente e poeticamente raccontati. Giustamente il prof. Nunzio Zago mette anche questo aspetto in risalto nelle sue illuminate note poste a chiarimento del testo, ricordando una lettera del 1945 dello scrittore a Romanò, dall’ospedale di Scandiano: “Adesso leggo poco, ho trovato un degno avversario e passo il mio tempo fra torri e alfieri (tu forse ignori le metafisiche dolcezze e figure di questo gioco. Imparalo).” (cfr. A. Romanò-G. Bufalino, “Carteggio di gioventù. 1943-1950”, a cura di N. Zago, Valverde Ct., Il girasole Edizioni, 1994, p. 97).
Mentre scriviamo, la meritoria Fondazione Bufalino ci fa pervenire, con imprevedibile amabile premura, il piccolo ma prezioso volumetto “non venale” di Bufalino. Non possiamo nascondere la nostra contentezza e non solo come bibliofili e l’attenzione riservataci, ma perché ci consente di stare ulteriormente in compagnia di un grande scrittore e di un grande appassionato del nostro amato gioco.
(19. VI. 2006)
|
(Un antico problema). Prima delle vacanze estive, gli esami. Una piccola tortura, che ha coinvolto tutti. Nel ricordo di notti insonni, di timidi tentativi per trovare una traccia, un aiuto. Prima come studenti, poi, a volte, persino come professionisti. Gli esami, dopo di quelli bellissimi della maturità liceale che ci aprivano, con giovanile speranza, alla sorpresa del futuro, non sono mai terminati, infatti. Persino quando sopraggiungeva l’ultimo, immancabile, intoppo in ufficio appena prima della partenza del viaggio da tempo organizzato. E’ sempre stato così.
Gli esami di Stato per gli studenti del liceo scientifico, seconda prova scritta di matematica, proponevano, questo anno e in modo inconsueto, un antico problema. Legato, nientemeno, alla “leggenda degli scacchi”. Forse un modo per mitigare la cultura scientifica e matematica con quella umanistica e classica.
La prova scritta proponeva, tra l’altro, un quesito che, or non è molto, avevamo segnalato rileggendo Dante e risolto con l’aiuto del letterato Vittorio Sermonti e del matematico Italo Ghersi (cfr. “Ventiquattresimo numero” della nostra rubrica, N. 114). Eccolo, nella versione ministeriale: “Si narra che l’inventore del gioco degli scacchi chiedesse di essere compensato con chicchi di grano: un chicco sulla prima casella, due sulla seconda, quattro sulla terza e così via, sempre raddoppiando il numero dei chicchi, fino alla 64a casella. Assumendo che 1000 chicchi pesino circa 38g, calcola il peso in tonnellate della quantità di grano pretesa dall’inventore”.
Sappiamo, almeno secondo una delle tante versioni dell’antica fiaba, che l’inventore del gioco ottenne solo di farsi mozzare la testa. Noi speriamo che tutti gli studenti, anche coloro che non conoscono il gioco degli scacchi, abbiano trovato, invece, la giusta risposta: quasi 701 miliardi di tonnellate, seguendo per approssimazione il corretto iter matematico e logaritmico suggerito dal sito web della rivista “L’Italia Scacchistica”. Anche se non conosciamo, ancor oggi, il numero complessivo delle mosse possibili che possiamo svolgere sulla scacchiera. Almeno quelli appena bastevoli per rimanere sempre vittoriosi.
Un numero enorme, in entrambi i casi. E un augurio di una moltitudine di occasioni per una buona estate e, finalmente, per una felice vacanza per tutti!
(22. VI. 2006)
* * *