LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Terzo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    Una notizia che ci rattrista profondamente: la morte di Anna Lindh, 46enne Ministro degli Esteri svedese, avvenuta a Stoccolma all'alba del 12 settembre 2003, dopo 13 ore di agonia vissute sul tavolo operatorio. Le ferite inferte al suo corpo con violenza da uno sconosciuto pazzo criminale, mentre si trovava nei grandi magazzini "NK", due giorni prima, sono stati fatali. La grande signora lascia così i suoi due bambini, il marito, anch'egli figura di primo piano dei socialdemocratici, e i suoi sogni per fare di questo strano mondo in cui viviamo un posto meritevole di essere vissuto. E lascia l'Europa e noi stessi più soli e vulnerabili. Il ricordo più dolce di questa paladina instancabile della libertà e della giustizia ci sembra che l'abbia scritto Bernardo Valli in un articolo, che inizia in prima pagina, apparso su "La Repubblica" di venerdì 12 settembre 2003 e che ha il taglio e l'importanza di un "editoriale". Con il titolo "La principessa ereditaria" (era ritenuta, infatti, da molti la futura prima donna "primo ministro" a Stoccolma, succedendo a Goeran Person), c'è un ritratto vero e affettuoso di questa interessante figura femminile, insieme ad un lucida analisi della società svedese, aperta e tollerante: la democrazia modello in cui la distanza tra responsabili politici e la gente è tradizionalmente ridotta e dove i ministri, o addirittura i sovrani, vanno in bicicletta o in autobus. Cito solo questo passo, ma è l'intero articolo da leggere, conservare e meditare: "Tutti ricordano in queste ore il delitto di Olof Palme, avvenuto diciassette anni fa, e rimasto impunito. Anna Lindh è stata uccisa in un'ora di punta in un grande magazzino; Olof Palme, allora primo ministro, e anche lui socialdemocratico, fu ucciso all'uscita da un cinema. Nella Svezia, tanto ordinata in superficie, la morte, che nei film di Ingmar Bergman gioca a scacchi (Il Settimo sigillo), ghermisce ogni tanto gli uomini politici indifesi e non lascia tracce." Nuove emozioni e riflessioni si aggiungono, così, per il sacrificio di una donna di quarantasei anni su cui la Svezia e noi stessi contavamo.

(12.IX.2003)

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    Oltre i romanzi, le enciclopedie, i dizionari, le opere d'arte, anche la più famosa storia d'Italia entra con prepotenza, nelle nostre case, tramite i quotidiani. Un milione e trecentomila copie vendute al suo primo apparire!
     Così ci capita di rileggere, nel capitolo trentunesimo "Carlomagno" della "Storia d'Italia", vol.I (476-1250), edizione speciale per il Corriere della Sera, 2003, volume formato da Indro Montanelli - Roberto Gervaso, "L'Italia dei secoli bui" e "L'Italia dei Comuni", il seguente passo: "Il nuovo Imperatore lasciò Roma ai primi di maggio diretto a Pavia dove ritirò un gioco di scacchi in avorio che il califfo di Bagdad, Harun-al-Rachid gli aveva donato. Quindi partì per Aquisgrana." (pag. 237).
    E sarebbe un altro bel racconto sapere tutto su questi antichi pezzi. Affascina, infatti, più della storia inventata da Katherine Neville, ne "Il segreto del millennio", Mondadori, 1989, vedere al Cabinet des Medailles, a Parigi, il pezzo in avorio, inimitabile gioiello, facente parte del gioco appunto detto di Carlo Magno. Rappresenta, ispirandosi a concezioni naturalistiche, un Re in trono su un elefante, attorniato da guerrieri a cavallo, ed è fatto risalire all'VII-IX secolo d.C. (Chicco e Porreca, "Dizionario enciclopedico degli scacchi", voce: "forma dei pezzi", Mursia, 1971).

(15.XI. 2003)

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    Un mio carissimo amico, cultore e problemista del nostro "nobile gioco", con il quale ho in corso una partita per corrispondenza, conoscendo i miei interessi "letterari", si diverte, nelle risposte, a segnalarmi, oltre le sue terrificanti mosse, utili e, per me, preziosi riferimenti agli scacchi.
    Scopro così, anche, l'importanza della buona semina culturale che le iniziative di numerosi quotidiani, da qualche tempo, svolgono, allegando al numero in edicola romanzi in curate ed economiche edizioni. Mi sono sempre domandato, infatti, se i libri acquistati, per il vertiginoso ritmo assunto, vengano poi effettivamente letti: per buona pace dei detrattori di simili iniziative debbo costatare, e grazie al mio compagno di gioco, della bontà culturale dell'operazione che ha riscontrato tanto successo e che, credo, non è destinata a cessare.
    I richiami che sto per fare sono entrambi tratti da due romanzi che so, per certo, che il mio amico ha letto, o riletto acquistandoli insieme al quotidiano, e che cito nelle edizioni che trovo nella mia biblioteca.
    Il primo, che leggiamo a distanza di soli diciotto anni ma che sembrano un secolo, è tratto da un autore di rilievo, ma pressoché sconosciuto, nel suo tentativo di raccontare i riti della società di massa attraverso uno dei luoghi, una volta, più "massificati della penisola": Pier Vittorio Tondelli, "Rimini", 1985, XIV edizione "Tascabile Bompiani", novembre 2001. A pagina 92 c'è il brano che c'interessa, bellissimo e affascinante, come la partita che sto giocando e perdendo, che trascrivo: "Con Susy tutto succedeva come in una estenuante partita a scacchi. Mossa dopo mossa, ora all'attacco, ora in difesa, cercavamo reciprocamente di stanarci. Nessuno de due aveva ancora in tasca lo schema vincente. Per il momento ci studiavamo, ci guardavamo, ci annusavamo. Ognuno fermo e rigido sulle proprie posizioni."
    Il secondo, molto più conosciuto, è "Diceria dell'untore" di Gesualdo Bufalino che cito nella nuova edizione, accresciuta da pagine inedite e dagli archivi dell'opera, con un'intervista di Leonardo Sciascia, VIII edizione "I Grandi Tascabili" Bompiani, 1998.
    Che gli scacchi hanno un importante rilievo in questo romanzo è a tutti noto, com'è nota la ricostruzione fantastica della partita giocata e perduta dall'eroe contro il Magro e che è riportata, in appendice, a pag.161, in notazione grafica e con il diagramma della posizione finale (detta di Damiano).
     Ma non è del romanzo che qui si vuole parlare, conosciutissimo, ma della intervista, apparsa su "L'Espresso" del 1° marzo 1981 di Sciascia, che tanto contribuì alla fortuna e all'immediato successo, di critica e pubblico, sancito con la vittoria del premio "Supercampiello", di questa sua prima grande opera, quando già il professore di Comiso aveva sessantanni ed era completamente sconosciuto nella società letteraria. In questa famosa intervista, parlando della sua "sindrome di Wakefield", presa in prestito da quel personaggio di Hawthorne che lasciò la propria casa per abitare in quella di fronte e così spiare invisibile e felice la vita della propria, parla del suo totale rifiuto del sentimento di "agonismo". E si confessa con queste parole: "Perdere mi è sempre piaciuto. Perfino a scacchi (ero assai bravo da ragazzo) preferivo giocare un tipo d'impegno che si chiama automatto, e consiste nel costringere l'avversario a vincere suo malgrado…". Ma qui interviene, giustamente meravigliato, il mio amico problemista per stigmatizzare la poco felice espressione dello schivo e importante autore. Solo chi non conosce bene gli scacchi, spiega, può accettarla, perché è tecnicamente ambigua. E', infatti, impossibile, giocare per perdere se l'avversario decide di non dare il matto! Occorrerebbe, come minimo, l'aggiunta di una regola suppletiva, che obblighi a dare il matto appena questo si presenti "in una mossa". Il che avviene in certi problemi chiamati "reflex" (una bizzarria inventata da B. G. Laws nel 1885). "Automatto", noto sin dal Medioevo, è, invece, un problema nel quale il Bianco obbliga realmente il Nero a dargli matto, voglia o non voglia, rispettando le normali regole del gioco. Al riguardo e a titolo d'esempio, mi invia un semplice problema da lui composto in anni giovanili e che io qui ripropongo, con lo stesso spirito con il quale mi è stato inviato, per divertire, così com'è accaduto a me, e, almeno mi auguro, anche gli eventuali e improbabili lettori e come saluto affettuoso all'amico che preferisce non essere citato o disturbato dallo studio delle sue partite che intende caparbiamente vincere e che, sicuramente, vincerà:


Automatto in due mosse (Sm2 o S#2)
Soluzione: 1. Cd3 (minaccia 2. Db7+, Rxb7#)
     " , Ag2 ; 2. Cxd7+, Txd7#
    " , Txd3; 2. Dc6+ , dxc6#
" , Txb8; 2. c5+ , Rb5#


    In ogni caso Bufalino doveva amare gli scacchi in modo del tutto particolare, anche per l'intelligenza che c'è dietro questo gioco, veramente regale.La signora Elvira Sellerio ebbe a raccontare, in occasione dell'esordio del più singolare talento del novecento letterario nella sua collana, che una volta le propose di pubblicare una sua raccolta di racconti a tema unico: partite di scacchi. E, pare, che ne portò parecchi, russi, centroeuropei, anglosassoni…Peccato che il volume, così come la biografia del grande scacchista cubano Capablanca che Bufalino pare stesse scrivendo, non fu portato a termine…
     Ma lo scrittore siciliano era anche un bravo giocatore? A questa domanda di Nello Ajelllo la fondatrice dell'intelligente, illuminata e preziosa casa editrice palermitana non sa rispondere ("La Repubblica", 16 giugno 1996, pag. 30: "L'esordio dello scrittore nel racconto di Elvira Sellerio"). Così penso alla pronta e giusta osservazione del mio compagno di gioco: sicuramente amava gli scacchi pur non essendo un assiduo giocatore o, tanto meno, un vero problemista!
    Noi rimaniamo solo rattristati per avere perduto, e per sempre, l'inedito romanzo sugli scacchi, appena emerso, insieme al suo autore e in circostanze così improvvise e tragiche.

(18. XI. 2003)

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    In più di una occasione ci siamo occupati dell'uso della terminologia scacchistica nella politica. La legge "Gasparri" sul riordino del sistema radio-tv, recentemente approvata in quarta lettura al Senato e rinviata alle Camere il 15 dicembre 2003 dal Capo dello Stato, ci offre l'opportunità di fare un piccolo seguito. Da qualche giorno, infatti, la rubrica "La Nota", curata da Massimo Franco sul "Corriere della Sera", offre ai lettori puntuali ed aggiornate riflessioni sul braccio di ferro che si è instaurato, in queste ultime settimane, tra i Palazzi del potere e, in particolare, tra Palazzo Chigi, Corte Costituzionale e Quirinale. Ecco il titolo che appare a pag. 3 di venerdì 19 dicembre: "Quella partita a scacchi tra Ciampi e il premier". Dice Berlusconi: "I miei rapporti con Carlo Azeglio Ciampi sono buoni. Ieri ero al Quirinale e tutti l'hanno potuto vedere". Sembra, in definitiva, se le parole hanno un significato, che non è opportuno entrare in rotta di collisione…" Insomma", scrive il giornalista che anche molti della stessa coalizione, "sembrano decisi a schierarsi con il Presidente della Repubblica, in una partita a scacchi istituzionale dai contorni incerti". A noi farebbe piacere, salendo al Colle, trovare una scacchiera … e, giacché la partita è aperta a tutti e interessa tutti i cittadini, è, in definitiva, "in consultazione", trovarci dalla parte giusta e giocare come "alleato" del nostro esemplare e bravo Ciampi.

(19.XII.2003)

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    Nell'ultimo numero di "Europe Echecs" (dicembre 2003, n. 528) appare una interessante intervista, curata da Anne Geritzen, di Max Gallo.
     Il raffinato scrittore, eminenza grigia del Presidente francese Mitterand, conosciuto in Italia soprattutto per la storia romanzata in quattro volumi di Napoleone Bonaparte, recentemente e superficialmente ridotta per la nostra televisione, si confida anche sul suo rapporto con gli scacchi, praticato, come giocatore di circolo, negli anni giovanili.
    L'occasione dell'intervista è data dalla pubblicazione del suo ultimo romanzo "Morts pour la France", edizioni Fayard: una trilogia dedicata alla memoria dei soldati morti al fronte durante la prima guerra mondiale e alle conseguenze dello stesso conflitto, in concreto terminato nel 1944, con l'immane tragedia dei totalitarismi e della seconda guerra mondiale. Simbolo di "guerra per eccellenza", gli scacchi, pur sempre meno praticati, rimangono per Gallo "il più riflessivo e il più nobile dei giochi".

(28.XII.2003)

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    Mi sembra bello finire l'anno con un richiamo di segreta aspirazione ascetica, ma nello stesso tempo laica, che riguarda il nostro gioco e che fu scritto nel 1608, che trascrivo: "I giochi nei quali la vittoria premia e ricompensa la destrezza e l'inventiva del corpo e dello spirito, come il gioco della pallacorda, della palla, della pallamaglio, il gioco della giostra, gli scacchi e altri giochi da tavolino, di natura loro, sono divertimenti buoni e onesti. Bisogna guardarsi soltanto dagli eccessi, …dopo che hai giocato cinque o sei ore agli scacchi, ti trovi stanco morto e vuoto nello spirito". Il brano è tratto da un libro che affascina ancora, pur in una società così diversa da quella del XVII secolo: "Filotea. Introduzione alla vita devota" di San Francesco di Sales, Paoline Editoriale Libri, undicesima edizione 2002, (Capitolo XXXI, Passatempi e divertimenti e, in primo luogo, quelli leciti e lodevoli, pag.229).

A tutti i lettori e visitatori del sito i migliori auguri per un felice 2004.

(31.XII.2003)

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