LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Ventisettesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Una vittoria esemplare).   La notizia non è nuova. Ha fatto, a questo punto, il giro del mondo. La rivista “L’Italia Scacchistica”, quasi vincendo una scommessa, l’aveva anticipata nel fascicolo di giugno del 2004. Il “Corriere di Novara”, già nel gennaio dello scorso anno, gli aveva dedicato un’intera pagina. Adesso il sito web dell’Asigc lo annuncia in modo ufficiale ed è emozionante, finalmente, poter consegnare alla storia un fatto di cronaca, davvero sorprendente ed esemplare.
    Un professore novarese di matematica, ormai in pensione, è diventato campione di scacchi per corrispondenza a 89 anni. Romolo Ravarini è stato proclamato vincitore del 12° Campionato Italiano Seniores organizzato dall’Asigc, Associazione Scacchistica Italiana Giocatori per Corrispondenza. Un torneo iniziato il 15 maggio 2003 e vinto a punteggio quasi pieno e con una sola patta, primo contro venti espertissimi giocatori, tra cui maestri internazionali.
    Un traguardo importante che premia una passione e una carriera scacchistica iniziata, quando “minuto sedicenne”, nel 1933, aveva iniziato a frequentare la Società Scacchistica Novarese, che ancora così non si chiamava e la sua sede si trovava al “Caffè Porto Rico”, tra il Municipio e la Prefettura dell’elegante centro piemontese.
    Nel 1938 Ravarini comincia ad apparire anche nelle gare di Soluzionistica de “L’Italia Scacchistica”. E’ il sorprendente avvio di un cammino che lo porterà a raggiungere, anno dopo anno, nel campo dei problemi e studi, numerosissimi successi come pochi altri in territorio nazionale. Sarebbe troppo lungo elencarli tutti, sia come Campione Italiano (ASI), la prima volta nel 1968, che come vincitore del concorso “Sinfonie Scacchistiche”, “Scacco”, per arrivare al recente 3° Premio nel prestigioso e difficile confronto del Concorso Internazionale “Bonivento 90”.
    Tempi “eroici” degli scacchi, durati decenni e praticati, come accaduto inizialmente a tutti della sua generazione, da pionieri. Ancora erano poco diffusi i manuali di teoria, i “classici” dovevano essere letti nella lingua originale e tanto meno erano utilizzati i computer. Si era curiosi, allora, come testimonia la lettera dell’avvocato milanese Luciano Lilloni al direttore de “L’Italia Scacchistica” (1965, n. 714, pag. 80) - ricordata da Stefano Ticozzi nell’affascinante ricostruzione delle vicende del circolo novarese -, se era possibile chiamare “Difesa Ebrea” o “Difesa di Novara” o anche “Difesa Santa” l’apertura prediletta del prof. Ottorino Della Santa, allora presidente del Circolo novarese, che iniziava curiosamente con: 1.e4 f5 2.exf5 Rf7!
    Ravarini «uno degli ultimi “romantici” degli scacchi», così lo ha definito Maurizio Sampieri, maestro internazionale Iccf e membro del direttivo dell’Asigc, riconosciuta dal Coni, che cura, con esemplare competenza come webmaster, le belle pagine del sito internet dell’Associazione e dove, solo il 9 aprile scorso, con le ultime partite terminate, la notizia è stata ufficializzata.
    La fotografia che chiude l’articolo, e tratta dall’archivio della rivista “L’Italia Scacchistica”, ritrae il giovane Ravarini di spalle, mentre gioca contro il Maestro Giovanni Cerami di Bologna. La partita in questione, un “sistema Colle”, fu disputata a Roma il 12 aprile 1947, nelle finali dello storico Campionato Italiano Assoluto (girone C di qualificazione) vinto, ex-aequo, da Castaldi e Staldi. Siamo nell’immediato dopoguerra, negli anni della ricostruzione e si ricominciava a giocare con rinnovato impegno, come oggi si spera che accada con le nuove generazioni con l’interesse che susciteranno le Olimpiadi degli scacchi di Torino.
    Il prof. Romolo Ravarini non ha mai cessato di amare gli scacchi, di seguirne la sua evoluzione, stando al passo con i tempi e con le nuove tecnologie. Dopo il suo ritiro dal gioco a tavolino, avvenuto nel 1984, e dopo un lungo silenzio, ha ripreso a giocare comodamente da casa, scambiando cartoline postali, usando programmi scacchistici, utilizzando internet e la posta elettronica. Intendendo il gioco, ancora una volta, arte, dialogo e amicizia. Dopo tanti anni di attività problemistica, svolta necessariamente in solitudine, il gioco per corrispondenza, un po' inaspettatamente, gli ha procurato nuove soddisfazioni e nuovi affetti, particolarmente preziosi alla sua età e di cui va orgoglioso. Perciò... con sue testuali parole, «viva l’Asigc» e, quantomeno è doveroso aggiungere, il nostro amato gioco che permette, amandolo e praticandolo, al cuore e alla mente, di rimanere giovani!


    (10. IV. 2006)

(Il breve “appunto” è apparso, senza la foto, evidentemente per sopraggiunti motivi di spazio, su “L’Italia Scacchistica”, nel fascicolo di Maggio 2006, N. 1184, 96° anno, pag. 166, con il titolo “Una vittoria esemplare. Ravarini campione italiano seniores per posta”. L’articolo è stato poi ripreso, con la foto del 1947, sul sito web dell’ASIGC il 10 giugno successivo, con la seguente nota “Nell’ultimo numero dell’Italia Scacchistica c’è un bell’articolo dedicato a Romolo Ravarini e alla sua vittoria nel Campionato Seniores per corrispondenza”, con il link della Rivista rimasto in evidenza per numerose settimane).

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    (Una fotografia emblematica).   Torna nuovamente alla ribalta la storica fotografia di Nikolaj Lenin, pseudonimo di Vladimir Il’ic Ul’janov, che gioca a scacchi a Capri. Appare sul “Corriere della Sera” del 14 aprile 2006, a pagina 24, inserita a margine della colorita cronaca della protesta contro i tagli della Caremar, gruppo Tirrenia, che assicura i collegamenti con Capri e le altre isole dell’arcipelago partenopeo. Il titolo: “Capri chiude porto e Piazzetta. «Basta, i traghetti sono pochi»”. Il frizzante articolo di Giusi Fasano, su cinque colonne, è, infatti, arricchito di numerose fotografie di noti personaggi che, in questa incantevole isola, ieri sono stati o, oggi, continuano a sentirsi, a casa.
    Ecco, allora, l’occasione per rivedere la famosa fotografia, dove l’attivista rivoluzionario e pensatore politico russo, ospite nella villa di Maksim Gor'kij, è intento a fare una partita con Bogdanov, durante la sua permanenza, nel 1908, nella magica Capri. Attorno alla scacchiera, seguono il gioco, alcuni ospiti illustri russi, riuniti nell’isola mediterranea a meditare sulle sorti della loro lontana e drammatica patria.
    Per inciso, un anno terribile quel 1908 anche per l’Italia. Qualche mese dopo che fu scattata la fotografia da Jurij Željabužskij, poi divenuto apprezzato regista cinematografico, si verificò, all’alba del 28 dicembre, il più disastroso terremoto mai avvenuto in Europa che rase al suolo Messina e Reggio Calabria, con il tragico bilancio di quasi centocinquantamila morti. Nella paralisi, confusione e insipienza dell’organizzazione degli aiuti pubblici, come lucidamente scrive Giorgio Boatti nella approfondita inchiesta “La terra trema” (Mondadori, 2004, pp. 414) sui “trenta secondi che cambiarono l’Italia, non gli italiani”, i primi soccorritori furono proprio dei marinai russi della flotta imperiale della squadra del Baltico, comandata dall’ammiraglio Litvinov, seguiti dagli equipaggi della flotta inglese. Le nostre navi da guerra, unici mezzi per raggiungere la punta estrema dello stivale disastrato, non si mossero. Scrive, domandandosi, il “Corriere di Catania” e se avessero dovuto entrare in azione per un improvviso attacco? e risponde, amaramente, il medesimo giornale: «Povera Patria!» (ivi, p. 107, nota 49).
    Ma torniamo all’emblematica istantanea. Essa fu, successivamente, più volte “corretta” dal regime staliniano che, nel cammino allucinante del suo percorso storico, si accaniva, persino, a inseguire, cancellare e far “sparire” i personaggi che, man mano, diventavano sgraditi al partito. Le vicissitudini di questa paradigmatica foto sono state già raccontate ampiamente da chi scrive su “L’Italia Scacchistica” e sono leggibili anche in questo sito.
    Qui preme sottolineare, e l’articolo della Fasano offre l’occasione di ricordarlo, che sono numerose le immagini che falsificano la storia e non tutte, chiaramente, sono fotografie, ma anche opere d’arte, disegni, filmati, pagine di cronaca e interi trattati di storia.
    Un’opportunità per rileggere e sfogliare il magnifico libro di Alain Jaubert “Commissariato degli archivi”, con la bella prefazione di Sergio Romano, edito da Corbaccio nel 1993, che inizia commentando proprio le diverse edizioni della fotografia di Lenin in questione, dove scomparivano, uno alla volta, le figure sgradite al regime staliniano. Pratica, intendiamo del bugiardo “ritocco politico”, che pare continui ancora e specie sotto ogni dittatura, e non solo nelle fotografie che hanno per soggetto uomini famosi appassionati di scacchi, come il formidabile saggio di Jaubert tenta di dimostrare.
    Al riguardo viene alla memoria il personaggio letterario di Winston Smith, l’uomo qualsiasi che trova la forza, prima di soccombere, per diventare un timido sovversivo, creato da George Orwell nel romanzo “1984”. Lo scrupoloso funzionario incaricato di rettificare le notizie del Times e che abbiamo visto seduto, nella trasposizione cinematografica di Michael Radford, al Bar del Castagno, a giocare a scacchi, da solo, mentre ascoltava programmi su come il Grande Fratello avrebbe sconfitto intelligentemente il nemico.
    Ricordiamo, almeno, con le parole della fortunata opera narrativa, quanti “correttori della storia”, purtroppo e ancora, continuano ad ingannare. Dove, in qualche posto, «…vi erano gli enormi magazzini per la stampa, coi loro redattori, tipografi e studi con macchine all’avanguardia per la falsificazione delle fotografie. (…) Vi erano eserciti di addetti alla consultazione, il cui compito consisteva semplicemente nel compilare liste di libri e riviste da sequestrare. C’erano gli immensi depositi che contenevano i documenti corretti, e le fornaci nascoste dove venivano distrutti gli originali. Da qualche parte stavano i cervelli pensanti, rigorosamente anonimi, che coordinavano il tutto e fissavano le linee politiche che imponevano di preservare, falsificare o distruggere un determinato frammento del passato». (George Orwell, “Nineteen Eighty-Four”, traduzione di Stefano Manferlotti, in “I Meridiani”, “Romanzi e saggi”, Mondadori, 2000, pp. 927-928).
    (15. IV. 2006)

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    (“Dum spiro spero”).   Che la politica trova numerosi collegamenti con il gioco degli scacchi non è, certo, affermazione nuova. Basti considerare, che proprio in questi giorni, in occasione della ristampa del “Dizionario di Politica” di Bobbio, Matteucci e Pasquino, nelle copertine dei tre volumi dell’opera campeggiano, nitide ed eleganti, maestose figure di scacchi. Una pubblicità che suggella il forte legame della politica con l’antico gioco e lo trasforma in un forte simbolo di richiamo. Operazione di promozione abilmente utilizzata da “la Repubblica” del 16 aprile 2006, per invogliare all’acquisto dei tre libri in edicola, congiuntamente al settimanale “L’espresso” e che occupa, a colori, con la locandina “uno strumento prezioso per capire la politica”, l’intera pagina 64 (e qui almeno è singolare constatare che addirittura il numero della pagina richiama il nostro gioco!).
    Così, per spiegare i fatti della politica e per chiarire la situazione venutasi a creare all’indomani del voto elettorale in Italia, numerosissimi quotidiani, insieme a radio e televisione, hanno nuovamente usato il vocabolo, prettamente scacchistico, “stallo”.
    Solo a titolo d’esempio, citiamo “La Stampa”, del 12 aprile 2006, con l’articolo di Maurizio Molinari, con l’altisonante “I timori Usa: «Stallo all’italiana»”. Un titolo, per inciso, che ci fa ricordare altre regole degli scacchi, applicate solo in Italia per l’influenza dei tre modenesi Del Rio, Lolli e Ponziani e che segnarono, nel Settecento e per moltissimi anni a seguire, il distacco del nostro paese dalle grandi correnti scacchistiche europee e come si spera adesso, almeno in politica, che ciò non avvenga.
    Lo stesso quotidiano, in prima pagina, il 16 successivo, ancora una volta, titola: “Berlusconi: è stallo, serve un’intesa”. In più, “Il Giornale di Sicilia”, sempre del 16, con un’intervista a Renato Schifani “Un governissimo per uscire dallo stallo”, a pagina 4. Poi, “Il Messaggero”, con l’articolo, a pagina 9, “Lo stallo che blocca le istituzioni”, del giorno 19. E, per finire, pur mettendo in risalto un elemento più particolare, anche la prima pagina del quotidiano “la Repubblica”, ancora del 19 aprile, che apre con “Cassazione pressing del Polo. E nella presidenza della Camera è stallo nell’Unione”.
    Afferma Berlusconi, a volte in modo politicamente irresponsabile e forse dimenticando di essere ancora, almeno nel momento in cui scriviamo, il Capo del Governo: “Comunque si concludano i conteggi ufficiali del risultato elettorale e chiunque si veda attribuire il consistente premio di maggioranza alla Camera, le cose non cambiano” e, ribadisce, che la situazione è “di stallo”, che non ci sono “né vincitori né vinti”, che si sono verificati “brogli” (in una prima versione) e “irregolarità” (in una seconda) nel conteggio dei voti, esortando i suoi con “andiamo avanti, resisteremo”, anche a costo di essere “pronti ad occupare le piazze” e, per finire, convinto che i suoi avversari politici “coltivano la cultura dell’odio”, richiamando uno sventurato slogan di anni passati, “sarà opposizione dura, durissima, senza paura”. A questo punto, è quasi d’obbligo per molti giornalisti e osservatori politici accostare la Cdl, nelle apodittiche consegne gridate del suo condottiero disarcionato, agli irriducibili soldati giapponesi che, fedeli agli ordini e rifiutando l’idea che la guerra era finita, furono trovati, perfino nel 1974, nelle giungle delle isole del Pacifico, in trincea, ancora armati sino ai denti.
    Una partita, in definitiva, che, almeno, con coscienza e senso di consapevolezza, dovrebbe imporre una riflessione. Con l’intento di svolgere l’unica mossa possibile: la governabilità e, sapientemente, superare il grande ritardo che, in questo momento, offre la politica rispetto alla società. Una maniera di uscire dallo “stallo”, per ridare un poco di serenità al paese. Come in una normale democrazia, come in una limpida partita a scacchi, dove è sempre possibile vincere o perdere, senza darsi eccessivo tormento. Superando la disperata, inutile resistenza racchiusa nella frase di Berlusconi rivolta, appena ieri l’altro, ai giornalisti, prima di lasciare San Siro, «E se mi permettete una battuta in latino vi dico che “dum spiro spero”: finché ho un solo alito di respiro ho speranza».
    (19. IV. 2006)

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    (Scacchi e nuovi scrittori).   “La lunga partita a scacchi di una gioventù quasi bruciata”, è il titolo della recensione di Ermanno Paccagnini sull’esordio letterario di Giordano Tedoldi, “Io odio John Updike” (Fazi Edirore, 2006, pp. 288).
    La breve segnalazione è apparsa sul “Corriere della Sera” del 16 aprile 2006 a pagina 33 e, come sempre, siamo rimasti colpiti, tra le tante recensioni, dal titolo che fa riferimento al nostro gioco e, in particolare, ad uno dei racconti raccolti nel volume. Apprezziamo, inoltre, nelle considerazioni di Paccagnini, l’invito a leggere le pagine di Tedoldi e dei suoi disincantati protagonisti, pieni di fallimenti, come una “partita a scacchi fatta di continui interscambi di pezzi bianchi-neri”.
    In effetti, in quasi tutti i racconti raccolti nel volume di questo nuovo scrittore, “pariolino disperato”, c’è sempre un riferimento, spesso preciso e angosciosamente appassionato, al gioco degli scacchi. Anche se gli scacchi, insieme a straordinarie autovetture, a pericolose sbornie, a legami impossibili, a scrittori falliti e a tante altre sconfitte che segnano la vita dei protagonisti, sono visti come un ulteriore e volgare strumento di scoramento, di meschinità, di chi tutto vuole e niente riesce ad avere. Nell’impossibilità di raggiungere una vita migliore, solo sognata e mai realmente voluta, gli scacchi rappresentano solo un ulteriore meccanismo e momento di volgare smarrimento. Dice Teodoldi, alla fine del suo ultimo racconto, «Tutti viviamo per vincere, e ci accontentiamo della patta. Be’, stavolta io ho forzato la vittoria. Questo volevo insegnarvi» (pag. 280).
    Noi rimaniamo meravigliati del suo modo di scrivere, insolitamente nuovo e suggestivo, non dei suoi insegnamenti “scacchistici” e dell’esempio e modo di vita dei suoi protagonisti, ormai completamente privi di illusioni e speranze.
     (20. IV. 2006)

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    (Olimpiadi, Torino 2006: scacchi e cultura).   Mentre è annunciata la notizia, simpaticamente curiosa, che il 26 maggio dalle 12,20 il treno ad alta velocità Torino-Milano ospiterà una simultanea di scacchi, ci accorgiamo che mancano appena 21 giorni alle olimpiadi di Torino.
    Le Olimpiadi degli scacchi, per la prima volta a Torino. La prima volta in Italia. Un avvenimento sportivo che sarà vissuto con partecipazione da tutti gli appassionati del gioco sparsi nel mondo. Tutti seguendo campioni, aspettando risultati, classifiche, rimanendo nell’attesa di conoscere, almeno per gli appassionati di cifre e dati, le nazioni più forti e paragonando pedantemente i risultati - la partita più lunga, più corta, più bella, con la “cappella” più disastrosa o con più novità teoriche - con le trentasei edizioni precedenti. Ma non solo questi statistici richiami “tecnici”, almeno riteniamo e ardentemente speriamo. Anche il fascinoso mondo artistico e culturale che, da sempre, aggomitola il nostro amato gioco, rendendolo unico e veramente speciale.
    E non poteva che essere il quotidiano della capitale piemontese “La Stampa”, del 29 aprile 2006, a dedicare un’intera pagina agli scacchi, sotto un’ottica culturale, quasi alla vigilia di questo straordinario avvenimento. Uno dei pochi quotidiani, insieme a “l’Unità”, che cura settimanalmente, con criterio e attenzione, una breve rubrica sul gioco degli scacchi. L’articolo, di Alberto Papuzzi, non può che essere apprezzato da chi butta giù questi modesti “appunti”. Recita, infatti: “Scacchi, la mossa della Mole. Torino dopo le Olimpiadi invernali, quelle del «Nobile Gioco» che ha affascinato Goethe e Beckett, Humphrey Bogart e Che Guevara”.
    Ciò che ci spinge, a volte, a continuare ad interessarci di questo gioco è, anche, il tentativo di capire le ragioni del perché scrittori, artisti, musicisti, registi, attori, leader politici e semplici uomini di cultura, pur da dilettanti, lo hanno e continuano ad amare in modo così intenso. Potrebbero essere le stesse ragioni dei tanti che partecipano alle Olimpiadi e che leggiamo nella stessa pagina del quotidiano. Ed esattamente, in altri due servizi, curati da Maria Teresa Martinengo, potrebbero trovarsi, invero, future celebrità: “All’Oval dal 20 maggio la disfida tra 132 squadre” e “Marina Brunello, la piccola campionessa. «Da grande farò la prof. di matematica»”. La tenace giovanissima protagonista, in questi giorni, di interviste, di commenti giornalistici e televisivi, di condivise speranze.
    In tal senso, noi auguriamo che le Olimpiadi di Torino, oltre che essere una manifestazione del gioco come tecnica e competizione sportiva, sia anche l’occasione per approfondire i suoi molteplici aspetti squisitamente culturali. Le numerose manifestazioni collaterali annunciate sono, in tal senso, una garanzia ed una speranza. Da tempo, infatti, è stato annunciato, sotto la Mole, un intenso programma culturale collegato al gioco: scacchi e cinema, scacchi e teatro, scacchi e letteratura, scacchi e tecnologia.
     (29. IV. 2006)

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    (“Wargaming” e “zugzwang”).   Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è protagonista, sin dal momento del suo insediamento, di un braccio di ferro con Washington sul nucleare. Il segretario di stato americano Condoleezza “Condi” Rice più volte ha affermato, non senza inconsapevole ironia, che Teheran «sta giocando». E’ iniziata, così, un’intensa attività diplomatica, per evitare il peggio e non cadere in un pericoloso “zugzwang”. Alla fine, e proprio in questi giorni, un pur debole accordo è stato raggiunto. Il consiglio di sicurezza dell’Onu (composto da Usa, Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna) ha votato all’unanimità il documento che impegna l’Iran a eliminare dal suo programma nucleare l’arricchimento dell’uranio. L’Iran ha un mese di tempo per adeguarsi. Il documento impegna anche la stessa Aiea, l’Agenzia internazionale dell’atomica, a verificare, allo scadere dei trenta giorni stabiliti, che l’Iran si sia effettivamente adeguata.
    Non ci eravamo ancora incappati di trovare, almeno in una corrispondenza di politica estera, la parola tedesca “zugzwang”, che, letteralmente, significa “obbligato a muovere”. Negli scacchi , come è noto, si riferisce ad una particolare situazione di difficoltà in cui un giocatore viene a trovarsi quando tocca a lui muovere, perché qualsiasi mossa faccia indebolisce la sua posizione. La usa, ora e con correttezza, uno dei giornalisti italiani che meglio conosce la politica e la società americana in una corrispondenza che illustra gli sviluppi della grave crisi internazionale mediorientale. E’ a firma di Gianni Riotta, infatti, l’articolo che oggi, 29 aprile 2006, appare sul “Corriere della Sera” con il titolo: “Washington simula i giochi di guerra”. E, nel catenaccio: “Un ambasciatore: «E' come a scacchi: nessuno vorrebbe fare la prima mosa, ma è l'unica possibile»”.
    Nel leggere la corrispondenza dell’inviato del Corriere ci siamo trovati come davanti la famosa partita Fritz Saemisch -Aaron Nimzowitsch , giocata a Copenhagen nel 1923 . Partita soprannominata “Immortal Zugzwang”, perché la posizione finale è considerata una rarissima situazione di zugzwang non nel finale, come spesso accade, ma nel centro partita. Nel modo in cui, appunto, appare la situazione politica sul nucleare in Iran, oggi.
    Riotta discute, nel commentare gli sviluppi della delicata situazione, con un aristocratico ambasciatore, di cui omette discretamente il nome, che “fa parte di uno dei gruppi di studio che stanno «wargaming», organizzando simulazioni sull'attacco all'Iran dopo che l'Agenzia atomica delle Nazioni Unite (Aiea) ha ribadito ieri che Teheran recalcitra nel dimostrare di non progettare ordigni nucleari”. Secondo l’ambasciatore si proporrà nello scenario del Medio Oriente “quel che definisce «zugzwang»”. E, immaginando le contromosse avversarie, riferisce le parole del discreto e anonimo funzionario, che parla “spostando gli antichi pezzi sulla scacchiera”, e che “si dice provato”: «Comincio a ricordarmi dei giorni dei missili a Cuba, letti sui giornali da ragazzo. Gli ayatollah sono il passato dell'Iran, Ahmadinejad il futuro. Con il suo populismo, odio per Israele ma donne ammesse allo stadio, vuole abbandonare la teocrazia per uno stile tribunizio, violento e capace di usare l'arma petrolio a oltre 70 dollari al barile, come il caudillo del Venezuela Chávez. Sa che i giovani, in un paese giovanissimo, non vogliono la guerra, ma considerano il nucleare con fierezza. Ahmadinejad vuole impiegarli come Basij Mostazafan, le ondate umane degli adolescenti mandati da Khomeini, a migliaia, al macello contro i campi minati di Saddam. Carne da cannone atomico. La chiave della crisi è in quei ragazzi dei caffè e dei bar iraniani: accetteranno di essere sacrificati come il mezzo milione di Basij? Capirlo è il vero wargame e io qui a Washington, con la mia cravatta Hermès, non lo so. Capisce ora Zugzwang?».
    (29. IV. 2006)

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