LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Ventiseesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Ettore Majorana).   A cento anni dalla nascita dal geniale scienziato catanese che, alla fine del marzo 1938, scomparve nel nulla, piace trovare un significativo spazio, con due prestigiose firme, su “La Stampa” che ricorda Ettore Majorana. Il servizio giornalistico è comparso il 24 marzo 2006 nell’intera pagina 25, in occasione di un convegno di studio che la città natale ha dedicato, presso il “Centro Culturale Le Ciminiere” di Catania, al docente di fisica teorica per celebrarne la nascita, con qualche mese di anticipo, ma nella ricorrenza della sua misteriosa scomparsa. Il genio siciliano, paragonato da Enrico Fermi a Galileo e Newton, sparì, infatti, in circostanze rimaste ignote, mentre si trovava in viaggio sul piroscafo postale Palermo-Napoli, il 26 marzo di quel 1938. Un caso, definito dagli investigatori un “inestricabile canovaccio pirandelliano”, che non ha ancora trovato la soluzione, nonostante le indagini svolte con acribia in anni recenti dal compianto magistrato Paolo Borsellino.
    L’articolo lo scrive, magistralmente, Andrea Camilleri con il titolo “Majorana l’ultima acrobazia” e appare a fianco di un breve estratto del «giallo filosofico» che Leonardo Sciascia pubblicò in sette puntate, nell’estate del 1975, proprio sul quotidiano torinese e che fu poi raccolto, lo stesso anno, da Einaudi nel volumetto “La scomparsa di Majorana”. Uno scritto che suscitò un’accesa polemica con il professore Edoardo Amaldi, primo storico di Majorana, e che Sciascia volle concludere il 24 dicembre di quello stesso anno con il coraggioso pamphlet, apparso su “La Stampa”, a pagina 3: ”Majorana, l’atomo, il no alla scienza”.
    Camilleri, nel suo intenso intervento, sembra interessato, più che sulla modalità della scomparsa di Majorana come ipotizza Sciascia, a conoscere le ragioni che la determinarono. E, per dare forza al suo assunto, richiama alla memoria il soggiorno del giovane scienziato siciliano nel 1933 in Germania, quando studiava all’Istituto di fisica di Lipsia, allora diretto dal trentaduenne Werner Karl Heisenberg, già premio Nobel. L’incontro con il fisico teorico Heisenberg e la relazione di amicizia che si era instaurata tra i due è un accadimento importante per il solitario e introverso Ettore. «Il loro», registra lo scrittore con la sua raffinata prosa, « diventa soprattutto uno stretto rapporto personale, giocano a scacchi e chiacchierano, come scrive Ettore al padre. Anzi, Majorana ritarda a partire per Copenaghen perché vuole stare ancora qualche giorno a Lipsia e chiacchierare con l’amico».
    Anche i più apprezzati biografi del fisico siciliano, Erasmo Recami e Bruno Russo, parlano della passione scacchistica di Majorana. Nei loro libri riferiscono che fu campione di scacchi a sette anni e che fu menzionato nella cronaca cittadina della sua città. Recami, in particolare, raccogliendo i ricordi dei giorni di Lipsia di Gleb Vassielievich Wataghin, noto fisico italiano di origine ucraina e fondatore della fisica brasiliana, mette in risalto, in particolare, il cameratismo che esisteva tra quel gruppo di giovani scienziati a Lipsia, provenienti da ogni parte del mondo. In quel colloquio Wataghin ricorda, nel suo caratteristico modo di parlare l’italiano, le camminate con Majorana, insieme a Jordan, Debye, Max Bom e al fisico-filosofo Heinsenberg, per andare in una vicina birreria e giocare a scacchi. Gioco, insieme con quello del ping-pong, che si svolgeva anche nella biblioteca dell’Istituto universitario di fisica, cosa impensabile a quel tempo in altri istituti, ma che nessuno osava contestare perché proprio l’enigmatico Heinsenberg era uno dei direttori.
    In verità, il primo a parlare della passione di Ettore Majorana per gli scacchi fu Edoardo Amaldi in “La vita e l’opera di Ettore Majorana” (Roma, 1966, p. VII). Notizia poi riferita, quasi negli stessi termini, proprio da Sciascia nel racconto citato, a pagina 36, richiamando alcune lettere ai genitori, «in quanto agli scacchi, Majorana ne era fin da bambino, campione: a sette anni scacchista lo troviamo nella cronaca di un giornale catanese». Qui interviene, peraltro e autorevolmente, lo storico e noto scacchista Santo Daniele Spina che degli scacchisti siciliani e in particolare catanesi sa tutto. Puntiglioso come sempre, su invito del direttore della rivista “L’Italia Scacchistica” (“Ettore Majorana e gli scacchi”, anno 2000, N. 1141, pag. 434) e fornendo lumi al lettore Giovanni Lucci, chiariva di aver effettuato un’attenta ricerca sulla cronaca cittadina dei quotidiani catanesi del 1913, cioè quando Majorana, che era nato il 5 agosto 1906, aveva compiuto il suo settimo anno. Ma con esito negativo e una notizia del genere, anche per la notorietà della illustre famiglia catanese, non poteva certo sfuggire alla stampa locale dell’epoca. Il problema, certo, rimane aperto, come è costretto, per il momento, a concludere nel breve intervento lo studioso. E’, peraltro, indubitabile che Ettore amava giocare, e lo faceva molto bene, a scacchi, come confermato allo stesso Spina in un’intervista telefonica a lui accordata dalla sorella Maria Majorana, poco prima della sua morte. Non per nulla il professore Spina non trascura di ricordare, e giustamente, anche il nome dello scienziato, seppure come giocatore inclassificato, nel suo pregevole “Indice bio-bibliografico degli scacchisti attivi in Sicilia (1500-1959)”, in “Scacchi e Scienze Applicate”, fasc. 24 (2004), pp. 20-69, Venezia 2005.
    Un gioco, gli scacchi appunto, che consentiva a Majorana di stare bene insieme con gli altri e, molto probabilmente, di poter, poi, serenamente riflettere sulle confidenze date e ricevute. In particolare, su quelle relative al ruolo della responsabilità della scienza e al significato del rapporto tra scienza ed uomo, tra scienza e società. Il suo amico Heisenberg, chiosa Andrea Camilleri con ferrea logica, gli avrebbe fatto capire, nei loro incontri non accademici e pieni di reciproca stima personale, che mai avrebbe consegnato a Hitler i segreti della bomba atomica. Lui si rese conto, invece, che non avrebbe saputo mantenersi altrettanto fermo, così come gli appariva l’amico e come, poi, realmente accadde.
    In definitiva, uno degli allievi più brillanti di Enrico Fermi, il più dotato per arrivare a risolvere i problemi connessi con l’invenzione dell’atomica, tra una partita a scacchi e una “chiacchierata” con l’illustre amico straniero, uno dei pochi nella sua breve vita, costrinse Majorana, conclude Camilleri, a «riflettere sulla responsabilità della scienza… E preferì, ripeto il forse, scomparire. Nel marzo 1938. Quando quella guerra che si sarebbe conclusa con lo scoppio delle prime due bombe atomiche, delle quali sarebbe stato magna pars proprio Enrico Fermi, era ormai, agli occhi di tutti inevitabile».
     (26. III. 2006)

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    (Cage e Duchamp).   “Cage offre a Duschamp segreti sui funghi e in cambio gli chiede di dargli lezioni di scacchi”. Così inizia il segnalibro di Nico Orengo di questa settimana che appare su “TTL, tuttolibritempolibero” (anno XXX, N. 1607, 1 aprile 2006, pag. 2) e che ci fa conoscere il libro “Un incontro casuale” di Rachel Cohen, appena pubblicato da Adelphi (traduzione di Stefano Manferlotti, pp. 502, €30,00).
    Un insolito saggio, come recita il risvolto di copertina, tra il biografico e la riflessione letteraria, un racconto di vite intrecciate di scrittori e artisti americani del secolo scorso. Da Mark Twain a Baldwin, da Lowell ad Avelon. Anche nella bella recensione che ha scritto Nicola Gardini su “Il Giornale” del 27 aprile 2006, a pag. 28, “James&Co., ritratti di signori. E l’America si mette in posa”, è citato un passo del libro che riguarda, inaspettatamente e ancora una volta, il gioco degli scacchi: “John Cage e la moglie di Duchamp si incontravano periodicamente per giocare a scacchi. Duchamp stava a guardare e ogni tanto, scuotendo la testa, diceva: «Come giocate male!».”
     E’ noto che John Cage, nel quale Duchamp vedeva l’erede del compositore francese Erik Satie, fu suo amico e compagno di scacchi. E’ leggendario il loro incontro avvenuto a Toronto, nel 1968 per una curiosa ed eccezionale partita a scacchi. Un memorabile “Sight-soundsystems”, sorta di concerto generato da una partita tra i due durante la quale la scacchiera modulava, in funzione delle mosse, le musiche eseguite da Tudor, Mumma, Behrman e Cross.
    Trovo, però, molto significativo che, in entrambe le recensioni, per parlare di un libro sulle figure umane di grandi artisti, sia messo in risalto il gioco degli scacchi e il fascino che questo gioco ha esercitato nel loro animo.
    Il saggio che Rachel Cohen, giovane accademica del “Sarah Lawrence College” di New York, ha scritto con tanta intensa passione e semplicità di stile, mi autorizza piacevolmente, inoltre, ad indicare un noto e generoso amico di tutti i soci del CCI e della intera comunità scacchistica, che gli è riconoscente per i suoi notevoli contributi e le sue puntuali traduzioni. Parlo del dr. Gianfelice Ferlito, il primo studioso, infatti, a mia memoria e citando una fonte autentica, a raccontare la circostanza dell’apprendimento degli scacchi di John Cage da parte di Duchamp.
    Al grande artista, con particolare attenzione alla sua passione per gli scacchi, Gianfelice ha dedicato, in diverse occasioni, approfondite e non dimenticate riflessioni. In particolare, in uno dei suoi tanti articoli, apparso sulla “storica” rivista “Scacco”, n. 5, Maggio 1991, pp. 218-220, “Marcel Duchamp. La passione per gli scacchi”, c’è un resoconto di un simposio, avvenuto alla Tate Gallery del 19 gennaio 1991, su «Arte e scacchi». Il richiamo, nella parte che ci interessa, suscita l’interesse di un’importante testimonianza che è raccontata così: “ Alla fine del Simposio John Cage, musicista americano e amico di Duchamp, venne invitato sulla pedana degli oratori e amichevolmente interrogato da Ray Keene e dagli altri partecipanti sui ricordi che poteva avere della sua lunga amicizia con Duchamp. Interessante notare che Duchamp insegnò a Cage come giocare a scacchi e sembra che si arrabbiasse alquanto perché Cage voleva di giorno dedicarsi all'attività creativa (leggi musica) e solo di sera all'attività ricreativa (leggi scacchi) mantenendo così la sua disposizione ludica separata almeno da orari ben fissati. Duchamp invece considerava gli scacchi una «serietà» o meglio «una sacrosanta serietà creativa» a cui dedicarsi totalmente. Questo non gli impedì nel 1963 di esibirsi e stupire i suoi amici e conoscenti in una partita a scacchi giocata al Museo d'Arte di Pasadena (sobborgo di Los Angeles) con una bella ragazza nuda (Eve Babitz). Duchamp è stato fotografato mentre gioca e questa deve essere probabilmente l'unica foto esistente al mondo di una partita a scacchi con donna nuda. Almeno fino ad oggi.
    Il gioco degli scacchi non finisce mai di stupire, riteniamo. E ciò anche grazie alla passione di molti che, negli impegni quotidiani, riescono a dedicare un poco del loro tempo per conservare una memoria non superficiale del gioco, attenta alle sua penetrante e fascinosa radice culturale, letteraria ed artistica.
     (2. IV. 2006)

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   (Gli scacchi a teatro).   Uno scintillante articolo di Adolivio Capece è apparso su “Specchio” dell’8 aprile 2006, n. 512, p. 64-66, dal titolo “Scacchi in scena” e parla di “Alice attraverso lo specchio” di Lewis Carroll, lo spettacolo di Emanuele Conte del “Teatro della Tosse” di Genova, adesso in tournée. Una rappresentazione che si svolge su una scacchiera grande quanto il palcoscenico, narrata in un vertiginoso gioco geometrico a incastri, con colonne girevoli ed elementi mobili a sorpresa, dove il gioco del Bianco e Nero è ripreso e duplicato in mille soluzioni.
    Grande merito di Conte, come ben mette in rilievo Capece nel suo articolo e in altri precedenti interventi sempre sull’importanza di questa mirabile interpretazione teatrale, è di aver collocato gli scacchi, forse per la prima volta o, almeno, in modo così importante, al centro della sua realizzazione scenica.
    In eguale modo Carroll mette gli scacchi, anzi un diagramma di un “problema scacchistico”, non solo all’inizio del suo racconto, ma come chiave di lettura dell’intera fantastica avventura della piccola Alice. Scrive, infatti, nel Natale 1896, nelle prime pagine di “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”: «Poiché il problema di scacchi che viene dato nella pagina iniziale ha suscitato le perplessità di alcuni dei miei lettori, sarà opportuno precisare che esso è correttamente impostato per tutto quello che concerne le mosse.(....) Chiunque voglia prendersi la briga di disporre i pezzi sulla scacchiera e muoverli secondo le indicazioni date, scoprirà (...) che le mosse rispettano rigorosamente le regole del gioco».
    Lo scrittore vittoriano, quindi, racchiude le avventure di Alice in un improbabile - almeno per noi e per molti problemisti - problema di scacchi, tanto da essere costretto ad ammettere che «forse l’alternanza tra i Bianchi e i Rossi non è stata rigorosamente osservata e si sarebbe potuto fare di meglio al riguardo». Addirittura, in una delle ristampe del libro, per un evidente refuso, il re bianco scompare dal diagramma senza che Lewis Carroll o nessun altro lo noti. La fantastica storia, evidentemente, supera il problema scacchistico: importante è che ogni incontro di Alice corrisponda al passaggio di una casella. Alice si muove nel fantastico racconto esattamente come una pedina sulla scacchiera, avanzando di casa in casa, per diventare alla fine, guadagnando l’ottava traversa, una regina. Non per caso le insuperate illustrazioni di John Tenniel, che tanto hanno contribuito alla fortuna del libro, hanno raffigurato, e giustamente, Alice come Donna-Regina, con una maestosa corona aurea, insegna della sovranità, sulla sua testa.
    Due particolarità, peraltro, stridono, alquanto e ulteriormente, con la correttezza scacchistica. Negli scacchi, i due lati sono sempre noti, per antica e consolidata tradizione, come Bianco e Nero e, sempre, prescindono dal colore effettivo dei pezzi fisici posti sulla scacchiera. Ma Lewis Carroll menziona, nel diagramma del problema, come nell’immaginario racconto, invece, Rosso e Bianco, i colori usuali, normalmente, in un set di scacchi d’avorio. Le sfavillanti illustrazioni di Tenniel, in secondo luogo, sono basate su pezzi dello stile noto come disegno di “San George”, non su quello, più comune, “Staunton”.
    Alice, ancora, si muove e avanza come la pedina del famoso problema “Excelsior”, termine coniato per uno studio composto di Sam Loyd nel 1858 nel circolo “Morphy Chesse Rooms” e che vinse il secondo premio al concorso internazionale di Parigi del 1867 (cfr. “Sam Loyd e i suoi problemi di scacchi”, di Alain C. White, versione italiana a cura di Giuseppe Ferro, Messaggerie Scacchistiche, Brescia, 2000, pag. 396 e ss.). “Excelsior” era il motto che identificava il problema di Loyd, allusivo al cammino del Pedone Bianco sempre più in alto, che muove dalla sua casa di partenza e giunge alla ottava casa e alla promozione, dando contemporaneamente matto. La marcia del Pedone genera, inoltre, un gioco simile a quello di un aiutomatto, in cui le due parti cooperano al risultato finale.
    A questo punto è lecito domandarsi quale rilievo nutriva lo scrittore Charles Lutwidge Dodgson (Daresbury, Cheshire 1832 - Guildford, Surrey 1898), più noto con lo pseudonimo di Lewis Carroll, per gli scacchi. Al riguardo, e al di fuori della provocazione letteraria, non basta leggere il dotto saggio di Bernard Schlurick “De l'autre coté de chez Alice” nel bel volume “Echiquiers d'encre. Le Jeu d'échecs et les Lettres”, a cura di Jacques Berchtold (Droz, Genève, 1998). E, ancora più, il libro dell’impareggiabile divulgatore scientifico Martin Gardner “The Annotaded Alice” (Norton, W.W.& Company, terza e definitiva edizione, 2004). In quest’ultimo volume si trovano, infatti, alcune note nelle quali vari esperti di scacchi hanno tentato di provare, senza successo, la plausibilità della strategia carrolliana posta all'inizio del racconto.
    Ma, riproponendo il quesito, Carroll, se è indubitabile che conoscesse il gioco, giocava a scacchi? Nel traboccante lavoro di Mike Fox e Richard James “Scaccomania” (ed. Sugarco, 1988, pag. 78), si legge che Carroll «risolveva problemi scacchistici per curarsi l'insonnia». E’ più probabile, peraltro, che gli autori non abbiano esattamente interpretato il significato di “pillow problems” (in senso letterale: problemi da guanciale) che curavano la nota difficoltà dello scrittore a prendere sonno. Uno dei tanti drammi che affliggevano, insieme alle balbuzie, la fragile psicologia dello scrittore, perfino segnata, negli ultimi mesi di vita, da numerose manifestazioni di vera fobia.
    Nella considerazione che non è stata trovata nessuna partita che Carroll abbia effettivamente giocato, né che abbia mai partecipato a tornei, né che nessun scacchista è stato capace di chiarire, almeno tecnicamente, il problema posto all’avvio del racconto con la soluzione prospettata dall’autore, gli unici dati sicuri, per rispondere all’interrogativo, sono alcune sue lettere, i riferimenti scacchistici nei suoi diari, i libri della sua biblioteca e alcune sue fotografie. In ognuno di queste schegge della vita dello scrittore è possibile, infatti, risalire al suo interesse per il gioco degli scacchi. Gioco che non occupava, certamente, tra le tante curiosità matematiche e geniali che intensamente coltivava, un posto privilegiato o, comunque, assorbente.
    Anzitutto, di sicuro, giocava a scacchi. Scrive, ad esempio, alla sorella Mary il 19 aprile 1862: «…Anche io ho fatto un patto con Lionel (Tennyson, ndr.), lui avrebbe dovuto darmi alcuni manoscritti dei suoi versi, io avrei dovuto inviargliene alcuni dei miei. Era un accordo molto difficile da fare. Inizialmente stavo quasi per rinunciarci perché lui aveva posto troppe condizioni. La prima delle quali era che avrei dovuto giocare a scacchi con lui - riuscii, con estrema difficoltà, a ridurre questa condizione a 12 mosse per ogni lato -, ma in realtà non fece molta differenza dal momento che feci scacco matto alla sesta mossa (sic!, ndr.) … ».
    Nei diari superstiti di Carroll gli accenni al gioco degli scacchi sono più numerosi: annota il 3 settembre 1866 di aver ricevuto 250 formulari per trascrivere le partite «così che si possa poi giocarci sopra ancora, aggiunge molto più gusto»; descrive, il 26-27 luglio 1867, l’incontro a Konigsberg con “il gentiluomo inglese” (probabilmente Andrew Muir, ndr.) che «aveva vissuto a San Pietroburgo per 15 anni, e stava ritornando da una visita a Parigi e Londra … Egli rappresentò una piacevolissima aggiunta alla nostra festa, ed io e lui disputammo tre partite di scacchi nel corso del secondo giorno, il fatto che finirono tutte con la mia sconfitta, è forse anche il motivo per il quale non le registrai». E altre notizie ancora che sono possibili rintracciare grazie al contributo della prestigiosa associazione “The Lewis Carroll Society”, scrupolosa custode della memoria dello scrittore, che qui sono appena accennate e per la prima volta in lingua italiana, grazie all’affettuosa gentilezza della giovane studiosa di letteratura inglese dr.ssa Chiara Manoli. E’ interessante prender nota che, quando il diacono, decano della Chirst Church di Oxford, viaggiava, è possibile desumere che portava sempre con sé una scacchiera portatile. Anzi, qualcuno si è spinto ad affermare, ma senza portare prove evidenti, che Carroll inventò un set di scacchi da viaggio con i buchi su una piccola scacchiera, che impedivano ai pezzi di cadere. Lo scrittore cita spesso, al riguardo, nei suoi diari la sua scacchiera “in statu quo”. Infatti, set di scacchi da viaggio “in statu quo” era il nome della marca in commercio di un set di scacchi da viaggio di ottima qualità venduto da John Jacques ed ancora oggi rintracciabile in aste specializzate o, financo, su “eBay”.
    Per quanto riguarda la sua biblioteca, sappiamo che, alla sua morte, Lewis Carroll possedeva migliaia di libri. La sua biblioteca fu messa all’asta l’11 Maggio 1898, appena quattro mesi dopo la sua morte. Molti volumi furono rivenduti più tardi da librai. I vari cataloghi sono stati ristampati e indicizzati in “Lewis Carroll Bibliophile”, edito da Jeffrey Stern grazie ai fondi della “The Lewis Carroll Society”, nel 1997. E’ la seconda sicura prova del suo interesse per il gioco: infatti, qui preme mettere in rilievo che alcuni libri avevano per argomento gli scacchi, anche se non è stato possibile, a volte, risalire alla loro esatta identificazione. Due, tra i non molti libri di scacchi e di problemi scacchistici posseduti, sono famosi e alcune copie ancora reperibili dai collezionisti nel commercio dei libri rari ed antichi: “Walker on Chess” (forse la terza edizione del trattato di George Walker: “A new treatise on chess” [Un nuovo trattato sugli scacchi], London, Sherwood, Gildert & Piper, terza edizione, 1841, xvi+296 pp., ricevuto, molto probabilmente, in dono da ragazzo o qualche ulteriore altra ristampa anastatica successiva) e “The chess-player’s handbook” [Il manuale del giocatore di scacchi] di Howard Staunton, il più diffuso e classico manuale del gioco di tutti i tempi. Pubblicato nel 1847, revisionato, finanche, nel 1942 e ristampato, in edizione anastatica, con una introduzione di Raymond Keene, nel 1994, da “Senate” a Londra. Al riguardo è da ricordare che i pezzi degli scacchi, disegnati da Nathaniel Cooke nel 1835, con l’appoggio di Staunton e brevettati nel 1849, sono divenuti il modello standard più diffuso al mondo. La copia che possedeva Carroll era uno dei volumi ristampati tra il 1861 e il 1889: “The chess-player’s companion; comprising a new treatise on odds, and a collection of games contested by the author with various distinguished players during the last ten years; including the great French match with Mons. St. Amant; to which are added a selection of new and instructive problems” [Il compendio del giocatore di scacchi, comprende un nuovo trattato su mosse originali, e una collezione di partite disputate dall’autore con diversi giocatori negli ultimi 10 anni; vi è inclusa l’importante partita francese con Mons. St. Amant; in aggiunta una selezione di nuovi ed interessanti problemi], London, Henry G. Bohn, 1849, xii+510 pp.
    Per quanto riguarda, per ultimo, la nota passione di Carroll per la fotografia, paragonabile per costanza ed intensità a quella che nutrì il grande scrittore siciliano Giovanni Verga, è da dire che molte di loro sono attenti al gioco e mostrano come la buona borghesia inglese giocasse a scacchi ai suoi tempi. Le inquadrature delle sue numerose foto, infatti, non sono rivolte esclusivamente alla ritrattistica delle sue dilette bambine e di altri diversi personaggi, ma anche agli scacchi. Celebre è quella dell’estate 1859 dove sono ritratte Margaret e Henrietta Lutwidge, le zie materne dello scrittore, compostamente sedute attorno ad un esile tavolino e intenti a trovare il bandolo di un meraviglioso gioco di Re e Regine. La foto ritrae distintamente, oltre le due figure femminili, la scacchiera, tanto da poter risalire alla posizione della partita che sembra essere quella col Nero in procinto di completare la mossa “Dd7”. Ancora una volta, una donna con il volto di una regina…
    Una rappresentazione teatrale, dicevamo. Un importante racconto di raffinata cultura, magnificamente divulgato e difeso, sin dal suo apparire, da un grande appassionato del nostro amato gioco.
    Una bella pagina di scacchi, ricca di storia, di letteratura e che può riempire una vita…
    (8. IV. 2006)



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