(Gli scacchi a teatro). Uno scintillante articolo di Adolivio Capece è apparso su “Specchio” dell’8 aprile 2006, n. 512, p. 64-66, dal titolo “Scacchi in scena” e parla di “Alice attraverso lo specchio” di Lewis Carroll, lo spettacolo di Emanuele Conte del “Teatro della Tosse” di Genova, adesso in tournée. Una rappresentazione che si svolge su una scacchiera grande quanto il palcoscenico, narrata in un vertiginoso gioco geometrico a incastri, con colonne girevoli ed elementi mobili a sorpresa, dove il gioco del Bianco e Nero è ripreso e duplicato in mille soluzioni.
Grande merito di Conte, come ben mette in rilievo Capece nel suo articolo e in altri precedenti interventi sempre sull’importanza di questa mirabile interpretazione teatrale, è di aver collocato gli scacchi, forse per la prima volta o, almeno, in modo così importante, al centro della sua realizzazione scenica.
In eguale modo Carroll mette gli scacchi, anzi un diagramma di un “problema scacchistico”, non solo all’inizio del suo racconto, ma come chiave di lettura dell’intera fantastica avventura della piccola Alice. Scrive, infatti, nel Natale 1896, nelle prime pagine di “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”: «Poiché il problema di scacchi che viene dato nella pagina iniziale ha suscitato le perplessità di alcuni dei miei lettori, sarà opportuno precisare che esso è correttamente impostato per tutto quello che concerne le mosse.(....) Chiunque voglia prendersi la briga di disporre i pezzi sulla scacchiera e muoverli secondo le indicazioni date, scoprirà (...) che le mosse rispettano rigorosamente le regole del gioco».
Lo scrittore vittoriano, quindi, racchiude le avventure di Alice in un improbabile - almeno per noi e per molti problemisti - problema di scacchi, tanto da essere costretto ad ammettere che «forse l’alternanza tra i Bianchi e i Rossi non è stata rigorosamente osservata e si sarebbe potuto fare di meglio al riguardo». Addirittura, in una delle ristampe del libro, per un evidente refuso, il re bianco scompare dal diagramma senza che Lewis Carroll o nessun altro lo noti. La fantastica storia, evidentemente, supera il problema scacchistico: importante è che ogni incontro di Alice corrisponda al passaggio di una casella. Alice si muove nel fantastico racconto esattamente come una pedina sulla scacchiera, avanzando di casa in casa, per diventare alla fine, guadagnando l’ottava traversa, una regina. Non per caso le insuperate illustrazioni di John Tenniel, che tanto hanno contribuito alla fortuna del libro, hanno raffigurato, e giustamente, Alice come Donna-Regina, con una maestosa corona aurea, insegna della sovranità, sulla sua testa.
Due particolarità, peraltro, stridono, alquanto e ulteriormente, con la correttezza scacchistica. Negli scacchi, i due lati sono sempre noti, per antica e consolidata tradizione, come Bianco e Nero e, sempre, prescindono dal colore effettivo dei pezzi fisici posti sulla scacchiera. Ma Lewis Carroll menziona, nel diagramma del problema, come nell’immaginario racconto, invece, Rosso e Bianco, i colori usuali, normalmente, in un set di scacchi d’avorio. Le sfavillanti illustrazioni di Tenniel, in secondo luogo, sono basate su pezzi dello stile noto come disegno di “San George”, non su quello, più comune, “Staunton”.
Alice, ancora, si muove e avanza come la pedina del famoso problema “Excelsior”, termine coniato per uno studio composto di Sam Loyd nel 1858 nel circolo “Morphy Chesse Rooms” e che vinse il secondo premio al concorso internazionale di Parigi del 1867 (cfr. “Sam Loyd e i suoi problemi di scacchi”, di Alain C. White, versione italiana a cura di Giuseppe Ferro, Messaggerie Scacchistiche, Brescia, 2000, pag. 396 e ss.). “Excelsior” era il motto che identificava il problema di Loyd, allusivo al cammino del Pedone Bianco sempre più in alto, che muove dalla sua casa di partenza e giunge alla ottava casa e alla promozione, dando contemporaneamente matto. La marcia del Pedone genera, inoltre, un gioco simile a quello di un aiutomatto, in cui le due parti cooperano al risultato finale.
A questo punto è lecito domandarsi quale rilievo nutriva lo scrittore Charles Lutwidge Dodgson (Daresbury, Cheshire 1832 - Guildford, Surrey 1898), più noto con lo pseudonimo di Lewis Carroll, per gli scacchi. Al riguardo, e al di fuori della provocazione letteraria, non basta leggere il dotto saggio di Bernard Schlurick “De l'autre coté de chez Alice” nel bel volume “Echiquiers d'encre. Le Jeu d'échecs et les Lettres”, a cura di Jacques Berchtold (Droz, Genève, 1998). E, ancora più, il libro dell’impareggiabile divulgatore scientifico Martin Gardner “The Annotaded Alice” (Norton, W.W.& Company, terza e definitiva edizione, 2004). In quest’ultimo volume si trovano, infatti, alcune note nelle quali vari esperti di scacchi hanno tentato di provare, senza successo, la plausibilità della strategia carrolliana posta all'inizio del racconto.
Ma, riproponendo il quesito, Carroll, se è indubitabile che conoscesse il gioco, giocava a scacchi? Nel traboccante lavoro di Mike Fox e Richard James “Scaccomania” (ed. Sugarco, 1988, pag. 78), si legge che Carroll «risolveva problemi scacchistici per curarsi l'insonnia». E’ più probabile, peraltro, che gli autori non abbiano esattamente interpretato il significato di “pillow problems” (in senso letterale: problemi da guanciale) che curavano la nota difficoltà dello scrittore a prendere sonno. Uno dei tanti drammi che affliggevano, insieme alle balbuzie, la fragile psicologia dello scrittore, perfino segnata, negli ultimi mesi di vita, da numerose manifestazioni di vera fobia.
Nella considerazione che non è stata trovata nessuna partita che Carroll abbia effettivamente giocato, né che abbia mai partecipato a tornei, né che nessun scacchista è stato capace di chiarire, almeno tecnicamente, il problema posto all’avvio del racconto con la soluzione prospettata dall’autore, gli unici dati sicuri, per rispondere all’interrogativo, sono alcune sue lettere, i riferimenti scacchistici nei suoi diari, i libri della sua biblioteca e alcune sue fotografie. In ognuno di queste schegge della vita dello scrittore è possibile, infatti, risalire al suo interesse per il gioco degli scacchi. Gioco che non occupava, certamente, tra le tante curiosità matematiche e geniali che intensamente coltivava, un posto privilegiato o, comunque, assorbente.
Anzitutto, di sicuro, giocava a scacchi. Scrive, ad esempio, alla sorella Mary il 19 aprile 1862: «…Anche io ho fatto un patto con Lionel (Tennyson, ndr.), lui avrebbe dovuto darmi alcuni manoscritti dei suoi versi, io avrei dovuto inviargliene alcuni dei miei. Era un accordo molto difficile da fare. Inizialmente stavo quasi per rinunciarci perché lui aveva posto troppe condizioni. La prima delle quali era che avrei dovuto giocare a scacchi con lui - riuscii, con estrema difficoltà, a ridurre questa condizione a 12 mosse per ogni lato -, ma in realtà non fece molta differenza dal momento che feci scacco matto alla sesta mossa (sic!, ndr.) … ».
Nei diari superstiti di Carroll gli accenni al gioco degli scacchi sono più numerosi: annota il 3 settembre 1866 di aver ricevuto 250 formulari per trascrivere le partite «così che si possa poi giocarci sopra ancora, aggiunge molto più gusto»; descrive, il 26-27 luglio 1867, l’incontro a Konigsberg con “il gentiluomo inglese” (probabilmente Andrew Muir, ndr.) che «aveva vissuto a San Pietroburgo per 15 anni, e stava ritornando da una visita a Parigi e Londra … Egli rappresentò una piacevolissima aggiunta alla nostra festa, ed io e lui disputammo tre partite di scacchi nel corso del secondo giorno, il fatto che finirono tutte con la mia sconfitta, è forse anche il motivo per il quale non le registrai». E altre notizie ancora che sono possibili rintracciare grazie al contributo della prestigiosa associazione “The Lewis Carroll Society”, scrupolosa custode della memoria dello scrittore, che qui sono appena accennate e per la prima volta in lingua italiana, grazie all’affettuosa gentilezza della giovane studiosa di letteratura inglese dr.ssa Chiara Manoli. E’ interessante prender nota che, quando il diacono, decano della Chirst Church di Oxford, viaggiava, è possibile desumere che portava sempre con sé una scacchiera portatile. Anzi, qualcuno si è spinto ad affermare, ma senza portare prove evidenti, che Carroll inventò un set di scacchi da viaggio con i buchi su una piccola scacchiera, che impedivano ai pezzi di cadere. Lo scrittore cita spesso, al riguardo, nei suoi diari la sua scacchiera “in statu quo”. Infatti, set di scacchi da viaggio “in statu quo” era il nome della marca in commercio di un set di scacchi da viaggio di ottima qualità venduto da John Jacques ed ancora oggi rintracciabile in aste specializzate o, financo, su “eBay”.
Per quanto riguarda la sua biblioteca, sappiamo che, alla sua morte, Lewis Carroll possedeva migliaia di libri. La sua biblioteca fu messa all’asta l’11 Maggio 1898, appena quattro mesi dopo la sua morte. Molti volumi furono rivenduti più tardi da librai. I vari cataloghi sono stati ristampati e indicizzati in “Lewis Carroll Bibliophile”, edito da Jeffrey Stern grazie ai fondi della “The Lewis Carroll Society”, nel 1997. E’ la seconda sicura prova del suo interesse per il gioco: infatti, qui preme mettere in rilievo che alcuni libri avevano per argomento gli scacchi, anche se non è stato possibile, a volte, risalire alla loro esatta identificazione. Due, tra i non molti libri di scacchi e di problemi scacchistici posseduti, sono famosi e alcune copie ancora reperibili dai collezionisti nel commercio dei libri rari ed antichi: “Walker on Chess” (forse la terza edizione del trattato di George Walker: “A new treatise on chess” [Un nuovo trattato sugli scacchi], London, Sherwood, Gildert & Piper, terza edizione, 1841, xvi+296 pp., ricevuto, molto probabilmente, in dono da ragazzo o qualche ulteriore altra ristampa anastatica successiva) e “The chess-player’s handbook” [Il manuale del giocatore di scacchi] di Howard Staunton, il più diffuso e classico manuale del gioco di tutti i tempi. Pubblicato nel 1847, revisionato, finanche, nel 1942 e ristampato, in edizione anastatica, con una introduzione di Raymond Keene, nel 1994, da “Senate” a Londra. Al riguardo è da ricordare che i pezzi degli scacchi, disegnati da Nathaniel Cooke nel 1835, con l’appoggio di Staunton e brevettati nel 1849, sono divenuti il modello standard più diffuso al mondo. La copia che possedeva Carroll era uno dei volumi ristampati tra il 1861 e il 1889: “The chess-player’s companion; comprising a new treatise on odds, and a collection of games contested by the author with various distinguished players during the last ten years; including the great French match with Mons. St. Amant; to which are added a selection of new and instructive problems” [Il compendio del giocatore di scacchi, comprende un nuovo trattato su mosse originali, e una collezione di partite disputate dall’autore con diversi giocatori negli ultimi 10 anni; vi è inclusa l’importante partita francese con Mons. St. Amant; in aggiunta una selezione di nuovi ed interessanti problemi], London, Henry G. Bohn, 1849, xii+510 pp.
Per quanto riguarda, per ultimo, la nota passione di Carroll per la fotografia, paragonabile per costanza ed intensità a quella che nutrì il grande scrittore siciliano Giovanni Verga, è da dire che molte di loro sono attenti al gioco e mostrano come la buona borghesia inglese giocasse a scacchi ai suoi tempi. Le inquadrature delle sue numerose foto, infatti, non sono rivolte esclusivamente alla ritrattistica delle sue dilette bambine e di altri diversi personaggi, ma anche agli scacchi. Celebre è quella dell’estate 1859 dove sono ritratte Margaret e Henrietta Lutwidge, le zie materne dello scrittore, compostamente sedute attorno ad un esile tavolino e intenti a trovare il bandolo di un meraviglioso gioco di Re e Regine. La foto ritrae distintamente, oltre le due figure femminili, la scacchiera, tanto da poter risalire alla posizione della partita che sembra essere quella col Nero in procinto di completare la mossa “Dd7”. Ancora una volta, una donna con il volto di una regina…
Una rappresentazione teatrale, dicevamo. Un importante racconto di raffinata cultura, magnificamente divulgato e difeso, sin dal suo apparire, da un grande appassionato del nostro amato gioco.
Una bella pagina di scacchi, ricca di storia, di letteratura e che può riempire una vita…
(8. IV. 2006)
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