LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Ventitreesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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    (Una premessa ai miei “appunti”). Mi sembra quasi doveroso fare una precisazione intorno ai miei scritti, seppure dopo tanto tempo. Forse ugualmente opportuna perché siamo all’inizio di un nuovo anno e di un nuovo impegno, che qui giunge all’incantato numero 100. Chiarire, semplicemente, che i miei “appunti” intorno agli scacchi che ho scritto e che mi accingo a continuare non hanno pretese e non sono necessariamente legati all’aspetto tecnico, storico o culturale del gioco. Sono briciole di riflessioni che se è vero che mi diverte scrivere, nel senso originario del termine che prevede un provvisorio allontanamento dagli obblighi quotidiani, mi impegnano serissimamente per trovare una chiave di lettura, sul piano morale e civile, del nostro quotidiano.
    Sono, in definitiva, brevi scritti, “appunti” infatti, buttati giù dopo aver letto un libro o aver appreso una qualche notizia che richiama, anche lontanamente, alla mente l’amato gioco. Gioco appreso da ragazzo e poi praticato solo di tanto in tanto e solamente in famiglia a causa della mia professione, quando l’agenda dei miei doveri e impegni aveva la densità di un cubetto di porfido. Forse, più semplicemente, ora trasferisco, nel nuovo e occasionale impegno di scrivere, la mia mancanza di “maestria” a tavolino, considerato i miei pochi successi ottenuti, allorché, avendo finalmente -in questi ultimi tempi e in anni maturi- un poco di tempo libero in più, ho accompagnato le mie consuete letture iniziando a leggere anche libri di scacchi, a studiare un poco e, persino, a giocare in qualche torneo. Testimoniano, in ogni caso, l’importanza che annetto a questo affascinante e antico gioco come momento di gioiosa e fantastica occupazione e, soprattutto, come significativa metafora della vita. Il fascino, in altre parole, di riaccendere sogni di bambino e di svolgere riflessioni più mature. In ciò, per sorte, è l’unica pretesa di questi appunti: quella di manifestare come il Nobile Gioco è diventato, pian piano e almeno per me, strumento, discreto ma utile, per tentare di capire la realtà che ci circonda. Seppure per avere la fortuna di comprendere finanche un piccolo frammento del cammino nella nostra avventura in questo mondo sempre più imprevedibile, inquieto, complesso, con l’incubo di un fanatismo crudele e che non riusciamo, come aspireremmo, a rendere migliore. E’ per questo che questi frammenti di riflessioni possono essere letti da quanti, anche non scacchisti, sono convinti che il gioco, qualsiasi gioco, può rendere la vita più serena, facendoci scoprire valori dimenticati e, soprattutto, aiutandoci a vivere in pace.
    Con questa precisazione che è anche un rinnovato augurio di un buon inizio d’anno, colgo qui l’occasione per esprimere apertamente la mia riconoscenza a Massimiliano De Angelis, Presidente del Comitato Italiano del CCI, per seguitare, con grande amabilità e smisurata libertà, ad ospitarmi nel sito dell’Associazione. Un affettuoso e doveroso ringraziamento lo devo pure a Carmelo Coco, noto appassionato e colto studioso di cose scacchistiche, non solo per aver affettuosamente tramutato i miei appunti in pagine web, da lui con tanta generosa passione curate, ma per avermi incoraggiato a continuare a scrivere, raccogliendole in numerose puntate e presentate, sin dal 2003, nella rubrica “Letteratura e scacchi”, con l’ambiziosa e immeritata locandina che, non per mia volontà, continua a campeggiare all’inizio di ogni puntata.
     Mi riconosco obbligato, inoltre, nei confronti di Adolivio Capece, Direttore de “L’Italia Scacchistica”, maestro generoso della diffusione di “cultura” scacchistica. Pubblicando alcuni miei scritti nella sua antica e illustre Rivista è divenuto l’instancabile fidus Achates del mio cammino nel mondo degli scacchi. Vivissimo e imperituro, con memori sentimenti di gratitudine, rimane, senza dover aggiungere parola alcuna, il ricordo affettuoso del grande maestro di gioco e di vita Alvise Zichichi, amico raro troppo presto scomparso.
    Quello che devo a Maria, mia adorata moglie, e a Giuliana ed Anna, mie dilette e amatissime figlie, per il loro esserci e per sopportarmi mentre sto al computer, non è cosa che si scrive in fondo ad una nota.
    (1. I. 2006)

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    (Partite eccentriche). Mentre il Primo Cancelliere donna nella storia tedesca conquista la popolarità in Europa con la sua prima mossa “all’ultimo minuto secondo” giocata nel vertice europeo del 15 dicembre scorso assicurando, senza immediate contropartite, un cospicuo e accresciuto impegno finanziario di Berlino al bilancio dell’Unione, il predecessore Gerhard Schröder è al centro delle polemiche per aver accettato l’incarico della Gazprom al vertice del consorzio che costruirà un gasdotto.
    L’editoriale del quotidiano “La Stampa” del 29 dicembre 2005, firmato da Enzo Bettiza, ha per titolo proprio “Merkel Partita Doppia” e illustra dettagliatamente il rilancio del ruolo della leadership germanica in Europa. La conservatrice Cancelliera, con tale scelta, prende le distanze dai maneggi del supermenager russificato socialdemocratico Schröder (chiamato Genosse der Bosse, «Compagno dei boss») e tende una mano ai Paesi dell’Est, superando l’asse franco-tedesco del passato e impegnandosi in un’importante e difficile partita. Era stato proprio il campione di scacchi Garry Kasparov a criticare con forza la scelta dell’Occidente di dare una mano al Cremlino di Vladimir Putin che tende a piegare gli irrequieti e ingrati leader dei paesi vicini: Ucraina, Moldova, Georgia, Paesi Baltici e Polonia, costretti a pagare prezzi insostenibili per non passare il resto dell’inverno al freddo. L’aveva messo in risalto, appena qualche giorno prima, il “Corriere della Sera” del 20 dicembre 2005, a pagina 21, con la corrispondenza da Mosca dal titolo: “L’attacco del re degli scacchi Kasparov: «Schröder è entrato nel regime di Putin»”. Così scrive il suo corrispondente (F.Dr.), mettendo in risalto il coraggio e l’estrema schiettezza del grande campione divenuto uomo politico e fiero pubblicista: “Sul 'Wall Street Journal' è intervenuto ieri Garry Kasparov, uno dei più noti campioni di scacchi che da tempo ha deciso di scendere in campo per contrastare quella che lui vede come la rinascita della dittatura in Russia”. Secondo Kasparov prosegue il giornalista, con riferimento alla società che costruirà un nuovo gasdotto sotto le acque del Baltico per congiungere la Russia alla Germania e aggirare gli ex paesi fratelli aprendo una rinnovata ferita non del tutto rimarginata del patto Molotov-Ribbentrop, “Il passaggio dell’ex cancelliere alla società della Gazprom favorisce anche i dittatori come Lukashenko. Ora potranno dire agli elettori «che americani ed europei sono corrotti proprio come i loro leader». L’altro messaggio, secondo lo scacchista, è che «i politici e gli uomini d’affari più influenti di Germania possono essere comprati esattamente come un oligarca russo acquista una villa in Baviera»”.
    Certo una partita difficile e, per di più, giocata in un inverno che si preannuncia particolarmente rigido, sia in Europa che in Russia.
    (2. I. 2006)

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    (Samuel Beckett, un teatro affascinante come una scacchiera). Gli scacchi, paradigma del gioco e di tutte le attività ludiche, hanno trovato un posto di riguardo in tutti gli artisti moderni. Tutti, basta citare quasi a caso i nomi di Duchamp, Eliot, Zweig, Nabokov, Canetti, Bergman, Borges, Mausering, hanno accordato a questo gioco, in pagine immortali di ogni forma artistica, profonde riflessioni. D’altronde l’arte, qualsiasi espressione d’arte, non è forse un’attività ludica?
    Per un autore in particolare, protagonista del Novecento, il gioco degli scacchi diventa esso stesso strumento e chiave di lettura per comprendere l’intera sua opera che, altrimenti, apparirebbe ermetica. Ci riferiamo a Samuel Beckett il drammaturgo, poeta e romanziere irlandese premio Nobel, grande appassionato di scacchi, che, insieme a Bertolt Brecht, ha rivoluzionato il teatro. Parliamo adesso dell’autore di “Aspettando Godot” perché il 2006 celebrerà il centenario della sua nascita, avvenuta il 13 aprile a Foxrock, un piccolo centro vicino Dublino. Sarà, quindi, nuovamente ripresentato e riproposto con una serie di iniziative che, come scrive Osvaldo Guerrieri in “Samuel Beckett centanni di gratitudine”, già si preannunciano nutritissime (“La Stampaweb”del 29. XII. 2006). In particolare, il Teatro Studio di Scandicci con il titolo “1906Beckttcentoanni2006” nella formazione diretta da Giancarlo Cauteruccio, da sempre attenta a Beckett e alla sua opera, vara un programma di proporzioni gigantesche. Si svolgerà dal 13 gennaio al 13 aprile. Tre mesi gremiti di spettacoli, di conversazioni, di dibattiti, di rassegne video e cinematografiche (“www.scandiccicultura.org”). Peccato non vivere più a Firenze, come all’inizio del nostro lavoro! Godot, Krapp, Winnie, Hamm e tutte le altre disumane creature, e tutte collocate in un ancora più disumana scacchiera, riprenderanno a vivere nello “spettacolo cinereo di un mondo senza speranza”.
     Ricostruiremo, così, il folle incontro scacchistico, e non solo perché giocato all’interno della “Magione Maddalena della Misericordia Mentale” dal protagonista con uno dei suoi pazienti schizofrenici, descritto nel romanzo “Murphy” (1938). La partita, “Affense Endon” o “Zweispringerspott”, è dettagliatamente commentata dal narratore sino a giungere alla quarantatreesima mossa del signor Endon, quando “Murphy fissò lungamente la scacchiera, prima di stendere dolcemente il suo Re sul fianco, e ancora a lungo dopo quell’atto di sottomissione.” (traduzione di Franco Quadri, Einaudi, 1962, p. 184). Per chi è più curioso il match è stato analizzato, mossa per mossa, con il programma di scacchi “GNU Chess 4.14” e con i commenti del newgroup “it.hobby.scacchi” ed è visibile nel curioso ma sorprendente e appassionato sito “www.samuelbeckett.it” di Federico Platania.
    Ispirato esplicitamente agli scacchi, pur mai materialmente presenti, è anche l’atto unico "Endgame" (1957), titolo originale di "Finale di partita", che si può leggere nella classica traduzione di Carlo Fruttero nella smilza “Collezione di teatro” dell’Einaudi. La prima parola di Hamm, uno dei quattro protagonisti della pièce, conferma il paradigma del gioco annunciato nel titolo: “…Tocca … a me …”. Il finale è, infatti, il termine usato negli scacchi per indicare la terza e ultima fase in cui si suddivide convenzionalmente la partita e il cui esito è, normalmente e tecnicamente, già determinato. Beckett ha voluto in questo modo creare una similitudine tra l'endgame e la vita. Un lucido pessimismo che può essere letto come un antidoto contro l’indifferenza, l’egoismo e l’avidità del nostro tempo. In questa “quotidiana fine del mondo” i pezzi della scacchiera sono due più due: Hamm/il Re, Clov/la Torre. Poi Nagg e Nell (i progenitori di Hamm) i due pedoni, forse. Qui il Re/Hamm ha una posizione compromessa: nell'impossibilità di muoversi si trova in "stallo". Attende la mossa decisiva della Torre/Clov e quindi il Finale di Partita. Come si uscirà dal gioco? Abbandonando la gara, come farebbe un qualsiasi buon giocatore? O continuando, con il rischio di perderla, rinviando disperatamente la fine inevitabile, o sperando, per l’altrui errore, almeno di pattarla?
    Come il gioco e la vita, appunto.
     (3. I. 2006)

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    (Banditi scacchisti). Adesso che la drammatica avventura dei cinque turisti italiani rapiti a Capodanno in una zona montagnosa dello Yemen si è conclusa felicemente, possiamo ricordare la notizia, apparsa su “La Stampa” di giovedì 5 gennaio 2006, che utilizza una terminologia scacchistica.
    Con un richiamo in prima, le novità sulle trattative degli ostaggi campeggiano a pagina 11 del quotidiano torinese con un servizio di Giuseppe Zaccaria dal titolo “Yemen, partita a scacchi con i rapitori.Ore di tensione per i cinque italiani, ostaggi della sfida al precario potere centrale”. L’azione dei banditi appare agli occhi del giornalista in contrasto con “la secolare tradizione yemenita di ospitalità e rispetto” e come vicenda “segnata dalle mosse di una grande partita a scacchi” in un “gioco incontrollabile di minacce e rimbalzi”. In modo fortunoso, come poi è avvenuto, “verso sera le ultime mosse sulla grande scacchiera hanno dissipato i timori” e, come scrive il bravo Zaccaria, anche grazie a una serie di circostanze, il paziente lavoro della nostra ambasciata è riuscita a mettere tutti d’accordo. Infatti, “l’esercito (yemenita) ha esibito la sua prova di forza, i capi tribù sono stati soddisfatti nell’orgoglio e dunque adesso i nostri avventurosi turisti possono tornare liberi. Inshallah.”.
    Dopo una settimana da incubo, trascorsa nella sostanziale indifferenza della gente comune che hanno pensato “se la sono andata a cercare”, Patrizia Rossi, Enzo Bottillo, Piergiorgio Gamba, Maura Tonetto e Camilla Ramigni oggi saranno in Italia e presto abbracceranno felicemente i loro cari. Contemporaneamente, il governo di Sana’a comunica che tutti i rapitori sono stati già arrestati. Un modo di apprezzare la possibilità di studiare “strategie scacchistiche” per gli uni meno romantiche e pericolose e, per gli altri, di rispettare le regole “aristocratiche” del nostro gioco, rispettose dell’avversario e prive di conseguenze dannose.
    La speranza, in definitiva, di seguire partite sempre serene e di un 2006 meno tumultuoso dell’anno appena trascorso.
     (7. I. 2006)

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    (Sfregio come arte). “Se un orinatoio è arte, usarlo e prenderlo a martellate è un fatto artistico?” Se lo domanda, con la consueta eleganza, Massimo Nava sul “Corriere della Sera” (8 gennaio 2006, p. 18), ma anche le prime pagine di “Le Monde” e “Herald Tribune”, con l’articolo dal titolo “L’orinatoio danneggiato divide il mondo culturale. «Anche lo sfregio è arte». L’opera di Duchamp presa a martellate”.
    Mercoledì scorso, Pierre Pinocelli, 77 anni, non nuovo a provocazioni del genere, “ha reso omaggio a suo modo a una delle opere più discusse di Marcel Duchamp, ´La fontaine´, orinatoio in porcellana esposto al Centro Pompidou nell’ambito di un’affollata esposizione sul dadaismo. L’anziano artista ha estratto il martello danneggiando l’opera in modo non irreparabile”. Ha voluto restituire, a suo dire, con martello e pipì, all’oggetto quotidiano trasformato in un’opera d’arte, la dignità della sua ordinaria funzione.
    Per noi è l’occasione per parlare non di Pinocelli, del significato del suo gesto, dell’autentica “Fontana” che non esiste più dal 1917, unitamente alla travagliata storia dell’orinatoio e delle otto copie ancora oggi commercializzate dal collezionista milanese Arturo Schwartz, ma di ricordare chi ha avuto l’intelligenza, condivisa e rinnovata da numerosi artisti, di pensare e credere che “(…) mentre tutti gli artisti non sono giocatori, tutti i giocatori di scacchi sono artisti”. Intendiamo richiamare alla memoria, con questo suo celebre aforisma, Marcel Duchamp (Blainville, 1887 - Neuilly-sur-Seine, 1968) pittore francese, cittadino statunitense dal 1955, le cui opere, sebbene numericamente limitate, hanno esercitato un forte influsso sullo sviluppo delle avanguardie del Novecento, in particolare sul dada, sul surrealismo e sulla Pop Art.
    Non come primo artefice ad usare, provocatoriamente, l’espressione “ready-made”, dell’oggetto comune considerato opera d’arte per il fatto di essere esposto al pubblico da un artista, ma come semplice appassionato scacchista, così come è stato raccontato nell’avvincente libro di Ferruccio PezzutoLa Partita di Duchamp” (Messaggerie Scacchistiche, 1994, pp. 78). Un artista che elegge il gioco degli scacchi come simbolo di libertà assoluta per tentare nuove strade. “Gioco giorno e notte, e nulla al mondo m’interessa più che trovare una buona mossa. La pittura mi piace sempre meno” (p. 10), partecipa a tornei, fa parte della nazionale francese alle Olimpiadi di Amsterdam, della selezione francese alle Olimpiadi scacchistiche di Amburgo, è eletto membro del Comitato della Federazione scacchistica francese, scrive l’opera teorica sui finali “Oppositions et les cases conjiguées sont réconciliées” (L’Echiquier/Rdmond Lancel, Bruxelles, 1932). Ci piace, infine, ricordarlo come grande amico dello sfortunato scrittore surrealista Raymod Roussel, anch’egli homo ludens infatuato dagli scacchi e suo instancabile compagno di gioco al Café de la Regénce. (Al riguardo, come non ricordare qui il bellissimo lavoro di Leonardo SciasciaAtti relativi alla morte di Raymond Roussel”, Sellerio editore, 1977, con un saggio di Giovanni Macchia, pp. 87. Una morte al Grand Hôtel des Palmes di Palermo che non riceve, nella cronaca cittadina dei due giornali palermitani di quel drammatico 15 luglio 1933, neppure un breve cenno, come nella novella di Pirandello - annota Macchia -, «all’albergo è morto un tale»). Infine, vogliamo continuare a ricordare Duchamp in una delle tante fotografie che lo ritraggono mentre gioca con una scacchiera con i pezzi, sempre con forme diverse a significare il loro valore e la loro importanza nel corso della lunga evoluzione del gioco, di Man Ray o creati da Max Ernst o pericolosamente seduto a cavalcioni sul parapetto di un palazzo parigino nel celebre fotogramma tratto dal cortometraggio di René Clair “Entr’acte” (1924).
    Ecco un piccolo gioiello dell’arte scacchistica firmato da Marcel Duchamp in persona e tratto dal sempre sorprendente sito “www.mjae.com”, nostro insostituibile compagno di “cultura scacchistica”:
    G. KOLTANOWSKI - M. DUCHAMP, Parigi 1929, Gambetto di Donna:
1. d4 Cf6 2. c4 e6 3. Cc3 d6 4. e4 b6 5. f4 Ab7 6. Ad3 Cbd7 7. Cf3 e5 8. d5 g6 9. 0-0 exf4 10. Axf4 Ag7 11. e5 dxe5 12. Cxe5 0-0 13. Dd2?




13. ... Cxd5 14. Cxd7
[14. Cxf7 Cxf4 15. Cxd8 Ad4+ 16. Rh1 Axg2+ 17. Dxg2 Cxg2 18. Txf8+ Cxf8 19. Rxg2 Axc3 20. dxc3 Rxd8]
14. ... Cxf4 15. Cxf8 Ad4+ 0-1
[- 16. Tf2 Cxd3!; - 16. Rh1 Axg2+!].

     Per ultimo, e per non lasciare in sospeso l’interrogazione che ha dato lo spunto per il nostro breve appunto, ci troviamo d’accordo con Massimo Nava, quando scrive, alla fine del suo articolo: “Più che sulla filosofia dell’arte, i musei parigini s’interrogano però sulla possibilità di essere visitati con un martello in mano. L’orinatoio di Duchamp si può riparare, ma Monna Lisa?”
     (8. I. 2006)

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    (Un frate scacchista?). Tutti gli organi di informazione di oggi riportano, con grande rilievo, la notizia dell’arresto di padre Fedele, un sessantanovenne sacerdote francescano, noto per la sua accesa passione per la squadra di calcio del Cosenza e “confessore” di una nota pornostar, oltre che fondatore di una benemerita struttura per i poveri e i bisognosi, con l’accusa di violenza sessuale, anche di gruppo, ai danni di una suora.
    La religiosa, prima di denunciare il fatto, sembra che abbia subito dal frate anche minacce perché tacesse, del tipo «sono un amico del mafioso Carmelo De Pasquale». Scrivono i giornalisti Giusi Fasano e Carlo Macrì sul “Corriere della Sera” del 25 gennaio 2006, nella pagina 21, interamente dedicata alla cronaca della boccaccesca vicenda con il saporito titolo “«Si è avvicinato, senza saio». I racconti e le telefonate che accusano padre Fedele”, che, “così aveva pensato di tenerla in scacco”.
    Forse un modo per capire perchè la Chiesa, e proprio con i testi di matrice francescana, ha osteggiato, sin dal Duecento e per tanto tempo, il periculum del gioco degli scacchi e non solo nei conventi.
    Ma è anche la scusa, al di fuori della facile ironica battuta, per leggere l’affascinante e dotto libro di Giovanni CeccarelliIl gioco e il peccato” (ed. il Mulino, 2003, pp. 488) e cogliere l’occasione di approfondire il cammino della dura condanna delle pratiche ludiche nella cultura cristiana del tardo medioevo, con ripercussioni sino ai nostri giorni, riassunta nella massima di Giovanni Crisostomo: «non dat Deus ludere, sed diabulus».
    A proposito dell’inchiesta su padre Fedele, riteniamo, infine, che in ogni persona c’è del bene e del male e nessuno è tenuto ad emettere giudizi sui comportamenti degli altri. Solo la Giustizia è chiamata a giudicare, ed eventualmente a condannare, le azioni che pregiudicano i diritti posti a salvaguardia di tutti. E solo a lei ci affidiamo, sperando che la sentenza giunga tempestiva per rimuovere smarrimento e dolore. Infatti, scriveva l’agnostico Piero Calamandrei nel nobilissimo libro “Elogio dei giudici scritto da un avvocato” (ristampato da “Ponte alle Grazie” nel 1989, sul testo della quarta edizione postuma del 1959, con una introduzione di Paolo Barile), “il processo, e non solo quello penale, «di per sé» è una pena, che giudici e avvocati debbono abbreviare rendendo giustizia”.
    (26. I. 2006)

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