LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Diciottesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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(Il premio Zichichi).
    Una bella sorpresa a Bratto, nel corso della manifestazione di chiusura dell'annuale Festival scacchistico e della seconda edizione della "Fiera del libro di scacchi - Premio Alvise Zichichi". E' stato proclamato "Libro dell'Anno 2005" il volume di Caissa Italia "Zurigo 1953" e "Miglior Giornalista" Adolivio Capece per i suoi articoli apparsi su "La Stampa". Sono stati inoltre premiati "Capire le Aperture, vol. 1 - Tutto su e4", edito da Messaggerie Scacchistiche e scritto da Claudio Pantaleoni ed altri, come il miglior libro di Autore Italiano, e la giornalista Silvia Grilli per il miglior articolo apparso su periodico ("Panorama"). Siamo veramente contenti della notizia, così come crediamo che anche il caro Alvise Zichichi, al quale la Federazione Scacchistica Italiana ha voluto significativamente dedicare il premio, avrà seguito, con il suo inconfondibile sorriso di partecipe compiacimento, la meritata soddisfazione dei premiati.
    Chess in an Italian Paradise" ha titolato il 26 agosto una corrispondenza da Bratto il noto sito web di Chess Base, parlando del "25° Festival Scacchistico Internazionale" che è in corso di svolgimento nella Conca della Presolana e che vede la presenza di 383 scacchisti di tutte le età e di tutte le nazioni (20-28 agosto 2005). Presto, per chi non ha potuto seguire le partite in diretta o nei quotidiani bollettini, leggeremo le vicende scacchistiche dei giocatori nelle riviste specializzate. A noi interessa, qui, mettere in risalto l'aspetto "culturale" della manifestazione, che, peraltro, non dovrebbe mai mancare quando si organizzano importanti tornei di scacchi.
    Credo che mai una giuria abbia saputo terminare i suoi lavori con un risultato così trasparente e vicino alle attese di quanti sperano, con convinzione e fermezza, al progresso degli scacchi nel nostro Paese, anche come "avventura culturale", così come n'era convinto e illuminato protagonista il mai dimenticato Alvise.
    Su Adolivio Capece e su "La Stampa" abbiamo avuto più volte occasione di parlare e in termini sempre elogiativi. Ugualmente abbiamo fatto cenno nei nostri "appunti" del bel libro di Messaggerie Scacchistiche e dell'articolo della Grilli. Diremmo, se fosse mai lecito darsi un poco d'arie e nell'illusione che qualcuno ha prestato un poco d'attenzione a quanto siamo andati scrivendo in questo sito, che il premio è anche merito nostro per aver segnalato i numerosi articoli del bravo giornalista, insieme alla notizia della benemerita attenzione che il giornale torinese dedica al nostro amato gioco, così come per gli altri due riconoscimenti. Ma la giuria d'esperti nominata dalla FSI, presieduta dal giornalista Rai Stefano Mensurati - che è peraltro anche un forte Candidato Maestro -, non ha avuto bisogno di simili suggerimenti, se mai letti: ha agito solo bene e autorevolmente. E lo ha fatto anche in modo superbo nel segnalare, inoltre, come "Libro dell'Anno 2005", il capolavoro letterario di David Bronstein, pubblicato, per la prima volta in italiano, dalla coraggiosa "Caissa Italia". "Neuhausen~Zurigo 1953. Il Torneo Internazionale dei Grandi Maestri" di Bronstein è un libro che è poco dire affascinante, sia per il contenuto che per la forma e l'attenzione con cui è stato stampato. Si è avvalso della traduzione di Roberto Allievi; di Dimitrij Plisetskij per la consulenza fotografica; Masimiliano Lucaroni e Mattia Annetti per la revisione scacchistica; Francesca Masini e Yuri Garrett per la revisione linguistica; Augusto Caruso per il progetto grafico. Ben 414 pagine di un classico della letteratura scacchistica che si leggono con gran piacere e infinita gioia. Se poi consideriamo che di quest'affascinante libro è stata proposto anche in un'edizione pregiata a tiratura limitata e numerata a mano - noi ne conserviamo gelosamente una copia con dedica dell'Editore- stampata in 399 copie con carta avoriata e copertina rigida telata bianca con soprascritte in oro, il tutto elegantemente contenuto in un cofanetto rigido in coordinato telato, non resta che dire che il volume è divenuto anche piacevole alla vista e al tatto. In Italia, forse solo le Edizioni Sylvestre Bonnard, pubblicando nel 1998, per la prima volta, il celebre miniato manoscritto inedito del XVIII secolo "Il dilettevole, e givdizioso givoco de scacchi", sono riusciti a realizzare qualcosa di simile.
    Premi ben meritati, quindi, che fanno onore al nostro giornalismo e alla nostra editoria non solo scacchistica.
    Un altro piccolo trionfo per la crescita del gioco nel nostro paese, almeno speriamo.
(2. IX. 2005)

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(Una città sommersa).
    New Orleans è divenuta, dopo l'uragano Katrina, una città spettrale e sommersa dalle acque. Un nuovo disastro per l'America che assiste, impotente, al dramma della città affondata e allagata mentre si predisponeva a piangere e commemorare la tragedia dell'11 settembre 2001. Molti ricordi, legati a questo vivace e caratteristico centro, andranno, piano piano, a spegnersi, forse perduti per sempre e, in ogni caso, difficilmente ricostruibili. Sembra, come molti europei hanno visto alla televisione e letto nei giornali, che la stessa città, dove l'essere poveri, negri, deboli o indifesi, ha segnato lo spartiacque tra la vita e la morte, sia destinata a sparire. Dove non c'è vita tutto si trasforma e scompare.
    Speriamo che ciò non avvenga. A noi questa città è particolarmente cara, oltre per il jazz, il rhythm and blues e il Vieux Carré, caratteristico quartiere francese, e la sua vivace atmosfera culturale, perché qui nacque, il 22 giugno 1837, Paul Charles Morphy, uno dei più amati campioni di scacchi di tutti i tempi. Il geniale e giovanissimo giocatore che meravigliò il mondo con il suo gioco brillante e pieno d'artistica fantasia. Il "più grande di tutti i giocatori di scacchi" lo definì Richard Reti nel suo mirabile "I maestri della scacchiera" (Prisma, 1991, pag. 23). Fu anche lo scacchista più erudito del suo tempo conoscendo, e avendoli ben assimilati, tutti i migliori libri di teoria scacchistica e le più rinomate riviste europee allora in voga, come ha scritto Garry Kasparov nella sua affascinante storia dello sviluppo del gioco degli scacchi ("I miei grandi predecessori, da Steintz ad Alekhine", volume 1, Edizioni Ediscere, 2003, pag. 35). Leggeva e comprendeva, infatti, il francese, l'inglese, lo spagnolo, il tedesco e a venti anni era già iscritto all'Ordine degli Avvocati della Louisiana. Vinse agevolmente uno dei primi ed importanti tornei, il "1° Congresso Americano" di New York (5/10-10/11, 1857), sconfiggendo anche l'imbattuto Ludwig Paulsen per 6-2, classificatosi secondo, con una partita d'imperitura bellezza. Fu chiamata dai critici dell'Ottocento "Sempreverde", al pari di quella giocata da Anderssen contro Drufresne a Berlino nel 1852. Sfidò tutti i più bravi giocatori americani, dando vantaggio di pedone e tratto e sempre vincendo, con grande superiorità. Essendo andati inascoltati gli appelli lanciati dall'American Chess Association e del Circolo Scacchistico di New Orleans per una sfida da giocarsi in America con il miglior giocatore del Vecchio Mondo, Morphy, quasi aderendo ad un invito lanciato da Staunton e apparso nella sua rubrica dell'Illustraded London News, s'imbarcò, il 9 giugno del 1858, sul piroscafo "Arabia" diretto a Liverpool. Giunto in Inghilterra, la vigilia del suo ventunesimo compleanno, non riuscì, come lui ardentemente sperava, di incontrarsi con il giocatore ritenuto il re degli scacchi europei di quegli anni, Howard Staunton, autore, oltre dell'articolo che lo aveva in concreto convinto ad intraprendere il lungo viaggio, del rinomato libro di teoria scacchistica "The Chess-Player's Handbook". Ma il quarantottenne campione inglese si rifiutò di incontrarlo, adducendo banali scuse. Molto più probabilmente perché, come disse Fischer, temeva di giocare con "la leggenda americana" sapendolo più forte. Morphy riuscì però a battersi con tutti i maggiori maestri di scacchi dell'epoca, recandosi anche a Parigi e giocando instancabilmente al Café de la Régence, uno dei primi e più illustri luoghi consacrati al gioco. Come non citare al riguardo le belle pagine che Denis Diderot dedica a questo locale -ritrovo scacchistico fin dai tempi di Voltaire e di Napoleone e dove Philidor rischiava la ragione e il talento per niente, come sentenziò il celebre scrittore - nel suo misconosciuto romanzo "Le neveu de Rameau", rimasto nell'oblio per oltre 150 anni? Qui Paul Morphy sconfisse tutti i più forti rivali, compreso Adolf Anderssen, Herr Professor. Oltre nel celebre caffè, pare che giocasse sempre, continuamente meravigliando con il suo gioco rapido e fantasioso, e in tutti i luoghi. E' rimasta giustamente famosa la partita giocata perfino in un palco dell'Opera di Parigi, sempre nel 1858, mentre si recitava la "Norma" (altri, come Al Horowitz nel suo avvincente "I campioni del mondo di scacchi", Mursia, 1988, pag. 14, sostengono si trattasse de "Il barbiere di Siviglia"). Il duca di Brunswich e il conte di Isouard de Vauverargue, che giocavano in consultazione, entrarono nei libri di storia solo per questa partita, che persero e che è tuttora utilizzata dagli insegnanti di scacchi per la sua lineare bellezza e per spiegare le caratteristiche delle "posizioni aperte". Quando, dopo un anno, tornò negli Stati Uniti, ebbe accoglienze trionfali e fu accolto a New York come si addiceva ad un campione del mondo che ha reso importante e rispettato il suo Paese. Il 25 maggio del 1859 fu festeggiato alla Columbia University dove gli fu donato, alla presenza di un folto pubblico, un prezioso gioco di scacchi in oro e argento. Le dichiarazioni da lui rese in quell'occasione destarono non poco scalpore se si tiene conto che era stato appena additato dagli organizzatori come il più brillante esponente del gioco degli "scacchi come professione". Disse, infatti, in quell'occasione, nel corso del suo discorso di ringraziamento: "Gli scacchi non sono mai stati né possono essere che uno svago. Non si dovrebbe indulgere in esso a detrimento di altre e più serie occupazioni …". Ed aggiunse, proprio lui che nonostante il titolo d'avvocato, professione non esercitata, inizialmente, per la sua giovane età e che, in seguito, mai volle praticare, "come puro gioco, come distensione nei duri impegni della vita è degno del massimo elogio" (citato in Reuben Fine, "La psicologia del giocatore di scacchi", Adelphi, 1976, pag. 62, libro veramente interessante, ricco di rimandi bibliografici, con una breve ma illuminante nota introduttiva di Giuseppe Pontiggia e una appendice con due lettere di Ernest Jones). Forse con queste parole, nel suo non voler considerare gli scacchi come una possibile professione, iniziava il suo dramma interiore e il suo rifiuto di consacrarsi a qualsiasi professione, come osservava giustamente Fine che, nel suo libro, gli ha dedicato ben nove pagine, con particolare riguardo alle sue capacità scacchistiche e alla psicosi manifestata negli ultimi anni della sua vita. Subito dopo, quindi a ventidue anni appena compiuti, abbandonò, disturbato da forme ansiose, completamente l'attività scacchistica, allontanandosi dalla sua città allo scoppio della Guerra di secessione per rifugiarsi a Parigi, presso una sorella. Ritornata la pace nella Louisiana, Morphy fece ritorno a New Orleans dove trascorse gli ultimi anni in preda a sempre più gravi depressioni nervose. Ogni giorno, negli anni '70, passeggiava per le strade della sua città, sempre le stesse e alla medesima ora, costantemente vestito in modo inappuntabile. Tranne la madre, non voleva vedere nessuno, neppure i suoi vecchi amici di scacchi. Si racconta che nel 1882, avendo incontrato casualmente Hermann Zukertort, scambiò con lui un breve inchino. L'anno successivo riuscì a chiacchierare per una decina di minuti con Wilhelm Steinitz, che si era recato a visitarlo e anch'egli, negli anni successivi, travagliato da gravi disturbi dei nervi. Nella casa della vecchia madre, in Royal Street, alle ore 14,30 del 10 luglio 1884, fu trovato nel bagno, morto per "congestione cerebrale", probabilmente apoplessia, come il padre prima di lui.
    Anche allora, come avviene drammaticamente in questi giorni a New Orleans per una moltitudine di persone costrette ad abbandonare le loro abitazioni allagate, tutti i suoi ricordi, insieme ai suoi trofei scacchistici, compresa la sua artistica scacchiera, furono vilmente dispersi.
    Noi culliamo la speranza, quando gli aeroplani ritorneranno ad atterrare nell'aeroporto "Louis Armstrong", di ritrovare Nouvelle-Orléans, come la chiamavano i fondatori francesi, completamente risorta e nuovamente divenuta la città facile, "the Big Easy". Così come rimangono ancora vive e immortali numerose partite, delle oltre quattrocento gelosamente conservate e giocate nel suo breve tempo d'impegno scacchistico, di Morphy che, oltre al gioco, ci ha fatto conoscere e amare questa affascinante, singolare e indolente città. E sempre se, nell'immenso e grande pantano ora creatosi con il sopraggiungere dell'uragano, gli alligatori e i germi portatori di mille malattie, che ivi hanno trovato il loro ambiente ideale, non finiscano di ucciderla, per sempre.
(10. IX. 2005)

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(La 'mossa del cavallo' nei racconti di Camilleri e nei ricordi di Foa).
    Recentemente, nella tarda serata dei giorni 12 e 13 settembre 2005, in uno dei pochi utili programmi televisivi, "Primo Piano" (RAI 3), sono comparse, in occasione del suo compleanno, alcune interviste dello scrittore siciliano più amato dopo Tomasi di Lampedusa e Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, dal titolo "L'Italia di Camilleri".
    Nel corso delle riprese, probabilmente girate nel soggiorno della casa romana dello scrittore, si vedeva, alle spalle dell'intervistato, una libreria piena di libri e con il disordine tipico di chi, i libri, li utilizza. In evidenza, nella mensola sopra la sua testa, si notava distintamente, per la singolarità della copertina, quello dell'inviato del Corriere della Sera Aldo Cazzullo, "Il caso Sofri. Dalla condanna alla «tregua civile», edito da Mondatori nel 2004. Un drammatico argomento, nonostante il tempo che passa, sempre attuale ed ancora non risolto. Ma non è stato ciò ad attirare la nostra attenzione. Proprio dietro la serena figura di Camilleri, che festeggia in questi giorni il suo ottantesimo anniversario della nascita, nello scomparto appena inferiore della libreria, si vedeva di sfuggita una grande scatola rettangolare bianca, alquanto grande. Ci aveva insospettito e aveva destato immediatamente la nostra curiosità. Avevamo potuto appena leggere solo la parola "scacchi", ma non il seguito. Nel tentativo di completare il significato della scritta ci siamo dovuti distrarre e non abbiamo potuto così seguire quanto, con tanta fermezza e sensatezza, andava dicendo l'autore di Montalbano, dopo la frase "L'attacco alle Torri Gemelle è stato osceno ma oscena mi è parsa la reazione…". Finalmente un'inquadratura riprendeva con chiarezza l'intero scatolone e la dicitura, che campeggiava sul lato più corto, appariva, finalmente, completa e interamente leggibile. Era di tre diversi colori, una per ciascuno delle tre uniche parole che la formavano e che coprivano il lato corto del contenitore. Erano: "scacchi dama tris".
    La nostra fantasia poteva galoppare. Camilleri gioca a scacchi! Ha persino bisogno di tenere la scatola dei pezzi a portata di mano, con il gioco in evidenza. Non per nulla una delle più belle vicende da lui narrate ha per titolo "La mossa del cavallo" (Rizzoli, 1999, pp. 252).
    Il cavallo dice Karpov ne "Il manuale degli scacchi", brano riportato nelle pagine che precedono il romanzo di Camilleri in guisa di epigrafe, "è l'unico pezzo che può scavalcare gli altri. Si muove in un modo davvero speciale, disegnando una 'L': prima di due caselle in orizzontale o in verticale, come una torre, e poi di una casella a destra o sinistra. Un particolare da non dimenticare: un cavallo che muove da un casella nera arriva sempre in una casella bianca. Al contrario, un cavallo che muove da una casella bianca arriva sempre in una casella nera. Il cavallo può scavalcare qualunque pezzo."
    Il racconto fa la storia di vicende accadute in Sicilia tra il settembre e l'ottobre dell'anno 1877, quando era ancora in vigore la "tassa sul macinato" e prende lo spunto da un episodio vero raccontato da Leopoldo Franchetti nel suo "Politica e mafia in Sicilia". I luoghi dei fatti narrati sono, questa volta, le immaginarie Montelusa e Vigàta, ben noti a chi ha dimestichezza con i romanzi di Camilleri. Il protagonista è il probo ragioniere Giovanni Bovara, un siciliano trapiantato a Genova, che, ormai, parla e pensa in dialetto genovese. E' un appassionato giocatore di scacchi ed è stato appena nominato Ispettore Capo dei Mulini di Montelusa. Da testimone di un grave fatto di sangue, l'uccisione di un prete, è accusato di essere l'autore del delitto da lui stesso denunciato. Una buona occasione per i potenti della zona, complici i corrotti investigatori, per sbarazzarsi dell'incomodo e incorruttibile ispettore. Incarcerato, attraversa un momento di totale disperazione e ritenendosi ormai spacciato si appresta a giocare, da lucido giocatore di scacchi, la mossa, imprevista e liberatrice, del "cavallo" che spiazza l'avversario e che gli salva la vita. Interrogato dal giudice gli espone i fatti in siciliano, lasciando interdetti tutti perché si era sempre espresso in italiano. Con una bella lezione di semantica sul dialetto siciliano e recuperando il modo di pensare e parlare dei suoi padri, capovolge quanto ha riferito il delegato di polizia che aveva agito nella consapevolezza che Bovara non conoscesse il dialetto e fa scoprire i veri colpevoli. I personaggi sono interessanti e, attorno alla vicenda centrale, Camilleri ha imbastito una serie di storie di contorno che fanno da giusto complemento e rendono la trama colorita e piacevole. La presenza inquietante della mafia è resa molto bene e ci porta a riflettere su quanto poco certe realtà siano cambiate a distanza di più di un secolo, almeno in Sicilia. Le stesse cose che denunciava Franchetti, raccontava Sciascia e che continuano ad accadere puntualmente rendendo questa terra, pur bellissima e affascinante, teatro di continue sopraffazioni, antiche e attualissime.
    Un grande altro personaggio, che festeggia oggi, 18 settembre, 95 anni, è il prezioso testimone di un secolo di storia d'Italia. Vicende che ha raccontato, anche lui, servendosi della mossa del "cavallo degli scacchi". Parliamo di Vittorio Foa, torinese, cugino di Primo Levi, antifascista, giovanissimo prigioniero del regime per otto anni, azionista, militante della Resistenza, membro della "Commissione dei 70" dell'Assemblea Costituente che elaborò la Carta fondamentale della Repubblica, socialista, leader sindacale, dirigente politico, professore universitario di Storia Contemporanea, soprattutto un grande intellettuale della sinistra italiana.
    Lo scritto risale a qualche anno fa, e fu reso possibile grazie alle affettuose sollecitazioni dell'amico Carlo Ginsburg. Sono le memorie della sua vita: "Il cavallo e la Torre. Riflessioni su una vita" (Einaudi, 1991, pp. 342). Un vero capolavoro che, come ha scritto, Andrea Casalegno, in una recensione rimasta giustamente famosa, "nessun italiano, se gli sta a cuore la propria storia, cioè se stesso, può permettersi di non leggere". Anche qui il titolo allude ad una mossa degli scacchi che diviene metafora di una politica non perdente e che si sottrae al mero calcolo delle mosse avverse, come spesso ha fatto e continua a fare la sinistra italiana. Il movimento della potente "torre", in definitiva, che scorre in linea retta, può essere spiazzata dal "cavallo" che, se saputo usare, saltando agilmente arriva dove meno si aspetta. Un modo per risolvere i problemi con fantasia creativa, compresa l'intelligenza di comprendere le ragioni del "nemico" per farle proprie, consolidando progresso e pace sociale.
    Ad entrambi, Camilleri e Foa, nostri amati e stimati compagni di modo di vivere, auguriamo buon compleanno e infiniti anni sereni, grati per aver saputo mirabilmente interpretare uno dei tanti aspetti dell'affascinante gioco degli scacchi e per il loro contributo di spiegare i nodi della nostra storia e rendere questo Paese, con il loro esempio di vita e con le loro opere, migliore. O, almeno, più comprensibile.
(18. IX. 2005)

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