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Quattordicesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.
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(Scacchi e referendum).
Il “Corriere della Sera” del 13 giugno 2005, subito dopo l’apertura che annuncia “pochi al voto, il referendum affonda” ospita, nell’articolo di fondo, un intervento di Massimo Franco, con il titolo “Strappi e scacchi”.
Pure se le urne rimarranno aperte fino alle 15 d’oggi, difficilmente il referendum sulla fecondazione potrà raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto necessario per rendere valida la consultazione. Anzi si prevede l’ennesimo flop referendario.
A giudizio dell’attento notista politico, non nuovo ad utilizzare attenti riferimenti scacchistici nei suoi articoli, il referendum d’oggi è la conferma del superamento di qualsiasi dicotomia fra laicità e cattolicità. Anche grazie allo strappo astensionista compiuto dall’ex sindaco di Roma con il resto dell’Unione prodiana. Al contrario, “il vero scacco del fronte referendario” - riportiamo le stesse parole di Franco - “è stato di continuare a immaginare un’«Italia reale» che esiste solo nella nostalgia degli anni Settanta e Ottanta. Il Paese offre una modernità che può non piacere, apparire retrograda; ma che è inevitabile e obbligatorio cercare di intercettare e di comprendere, per evitare le smentite brucianti della realtà”.
Peccato che in tutto questo potrebbe altresì leggersi la fine dello stesso referendum come importante strumento di democrazia diretta. (13. VI. 2005)
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(Scacchi sotto le stelle).
Ancora il “Corriere della Sera” del 10 giugno 2005 parla, finalmente in tono lieve, di scacchi in una spumeggiante nota di A. Sac., a pag. 21, ma anche in cronaca.
E’ il racconto di ciò che è accaduto dal primo pomeriggio di ieri fino all’alba di questa mattina nelle strade e nelle piazze di Milano in occasione della sua seconda “Notte bianca”. Un milione di persone ha affollato e dato assalto a musei, parchi, ristoranti, cinema, mega concerti gratuiti, visite al Pirellone (appena restaurato) e partite di scacchi nelle vie storiche della città: tutto in sedici, intense, ore, senza mai fermarsi per assistere e partecipare a ben quattrocento eventi di musica e cultura.
Una bella vittoria non solo per il nostro amato gioco ma per tutti, bambini, giovani e anziani. Un piacevole avvenimento capace di riunire spensieratamente e festosamente negli stessi luoghi, almeno per una volta, “la Milano diurna con il popolo della notte”.
(19. VI. 2005)
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(Il drammatico esilio di Márai).
Nel 1948 lo scrittore Sándor Márai (Kassa, oggi Košice in Slovacchia, 1900 - San Diego, California, 1989) lasciò per sempre l’Ungheria. L’autore dell’amato romanzo “Le braci”, scritto nel 1942, ma tradotto in Italia nel 1998 e giunto ormai alla trentaquattresima ristampa, visse con grande partecipazione le tragiche vicende del suo paese. La prima grande guerra e la fine dell’impero austroungarico, il fascismo e la seconda guerra mondiale; infine, il regime comunista e l’inizio di un nuovo e drammatico esilio, prima in Italia, poi negli Stati Uniti.
Esce ora in italiano col titolo “Terra, Terra! …” il libro, forte e asciutto come lo può essere un grido di speranza a lungo trattenuto, delle memorie di quegli anni terribili. Lo stampa, col lindore e l’attenzione di sempre, la casa editrice che sta curando, con lodevole impegno, la vasta impresa di pubblicare l’opera omnia, dello scrittore, anzi usando le sue parole “l’opera della mia vita” (nella collana Biblioteca Adelphi 476, maggio 2005, traduzione dall’ungarese di Katinka Juhász, pagine 346, euro 17,00).
Scopriamo, leggendo le sue avvincenti pagine colme di lucide considerazioni e di struggenti ricordi, che una delle principali figure letterarie ungheresi, grazie ad opere spesso incentrate sui rapporti d’amore, era sicuramente un competente estimatore del gioco degli scacchi.
Certo non era facile in quegli anni ancora di guerra, tra le rovine di Budapest, dove Márai andava a cercare quello che è rimasto della “vecchia vita”, giocare a scacchi seduti su un “tavolo sporco alla luce tremolante di una lampada ad olio”, mentre “fuori rombavano gli aerei e le bombe” (p. 74) e i soldati russi, come orde di primitivi mongoli, dopo aver scacciato l’occupante tedesco, iniziano a rubare, violentare e, soprattutto, tra una partita di scacchi e un verso di Puškin, annunciano l’arrivo di un ordine feroce e disumano.
Nella città terrorizzata “la gente vide che i libri giudicati dal sistema indesiderabili venivano raccolti e chiusi in cantina: inevitabilmente seguì il momento in cui in cantina vennero chiusi gli scrittori che scrivevano questi libri indesiderabili. Poi i lettori che leggevano questi libri indesiderabili… e così via, con grande razionalità” (p. 202-203).
Ed è ancora più terribile, per uno scrittore, già famoso, e per suo fatale destino straordinario interprete della borghesia mitteleuropea, venire a conoscenza che lui stesso non potrà più scrivere niente. “Un filosofo marxista”, György Lukács, appena tornato da Mosca “ansimante e schiumante di rabbia” ha, infatti, stroncato nella rivista del partito i suoi romanzi, condannandone al macero uno. “Gli offesi”, -una critica al totalitarismo di Hitler e alla condanna della forza- “aveva fatto infuriare l’altezzoso critico marxista perché questi lo aveva sentito implicitamente rivolto a sé e lo aveva considerato come un attacco indiretto ai comunisti” (p. 268).
Quale libertà può mai esistere in un paese dove ancora si bruciano i libri? Lì dove è imposto dall’istituzione politica quali libri sono giusti o sbagliati? Non rimane che la libertà di tacere e la decisione di andare via: a spingerlo è il desiderio di “vedere quello che dalla coffa dell’albero maestro della caravella di Colombo aveva visto il mozzo quando, all’alba, con la voce rotta dall’emozione, aveva gridato: «Terra, Terra! …»” (p. 335).
Inizia per lo scrittore l’ultimo travagliato errante cammino lontano dalla sua terra, dalla sua lingua sconosciuta al resto del mondo, dalla sua adorata biblioteca in buona parte distrutta dalla follia della guerra, da tutti i suoi amati ricordi. Ecco il finale pensiero con il quale completa le sue lucide memorie, che consigliamo vivamente di leggere: “La notte era tranquilla. Il treno ripartì silenziosamente. Dopo qualche minuto oltrepassammo il ponte; viaggiavamo sotto il cielo stellato verso il mondo, dove nessuno ci aspettava. In quel momento, per la prima volta in vita mia, conobbi la paura. Compresi di essere libero. E cominciai ad avere paura.”
Forzatamente si presenta per Márai il tragico destino comune a molti intellettuali che, cresciuti nella profonda convinzione di vivere in una felice Europa e nel suo patrimonio di una comune cultura immortale, hanno forse considerato, almeno per loro seppure con animo incredulo, il gioco degli scacchi come ultimo e riposto angolo di civiltà e di progresso. Anzi, al riguardo, si può tranquillamente affermare che il gioco degli scacchi ha costituito innanzi ai fatti tragici della storia un’occasione, se non di salvezza, almeno di sereno raziocinio come suggerisce, ma riferendosi a diversa non meno crudele dittatura, un altro, a noi amatissimo, scrittore costretto ad abbandonare l’umanesimo della “sua” Europa, Stefan Zweig.
Quella stessa idea di “nostra” Europa, fonte comune d’antica e profonda identità spirituale, la cui vetrina ci appare, proprio in questi giorni dopo i referendum falliti di Francia e Olanda sul Trattato Costituzionale e del mancato accordo sul bilancio, così appannata.
(21. VI. 2005)
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(Sport e bellezza femminile).
Chi se non Giampiero Mughini, eccezionale conduttore in questa settimana dell’esemplare mattutina trasmissione radiofonica “Prima Pagina” (Rai, Radiotre), poteva spingerci a leggere addirittura “La Gazzetta dello Sport”? Lo scrittore, inviato speciale del settimanale “Panorama”, convinto tifoso del pallone e raffinato cantore della bellezza femminile segnala, infatti, con l’arguzia e l’intelligenza di sempre, una simpatica nota di costume che è apparsa sul quotidiano sportivo, oggi 22 giugno 20005, nell’intera pagina 21. Il titolo dice tutto: “Treccine, slip, bikini: è sexy sport” e prende l’avvio dalle esternazioni, subito smentite (“sono stato frainteso”), del presidente dell’Uefa Lennart Johannson a proposito di calcio femminile e dell’utilità di speculare sulla bellezza e sul glamour delle giocatrici, specie quando escono dagli spogliatoi.
Fortunatamente interviene, nella stessa pagina, Federica Cocchi che mette un poco d’ordine sulla questione, sollevandoci dall’imbarazzo, con l’articolo: “I pizzi della Pericoli e le lolite dell’Est. Nuoto e tennis le discipline che regalano più sport-model. Ma la donna piace se è vincente”.
Anche noi non possiamo che essere attratti dalla bellezza femminile, il regalo più gioioso su questa terra e, indubbiamente, seguire una partita della bella e brava tennista siberiana Maria Sharapova ricca di grinta e femminilità (al momento numero due al mondo; un metro e settantotto per cinquanta chili, lunghi capelli biondi) ci affascina, e, in speciale modo, se vince ci entusiasma.
La circostanza singolare è, ma non vorremo per questo chiosare l’ottimo intervento della Cocchi, che il gioco degli scacchi pur considerato dal Coni disciplina sportiva associata alla “International Mind Sport Association” (IMSA) sotto l’egida della “General Association of International Sports Federations” (GAISE) non viene, ancora una volta, menzionato neanche in un autorevole giornale che si nutre di sport. Figurarsi, poi, di trovare, seppure tra le righe, il nome di una rappresentante del bel sesso che gioca a scacchi! Nel commentare la notizia via radio, non lo fa neppure Mughini che, almeno in gioventù, ha prestato un poco d’attenzione agli scacchi, presto abbandonata. Eppure almeno un’altra numero due al mondo, l’affascinante campionessa di scacchi Alexandra Kosteniuk, è stata accostata, per rimanere sui campi di terra rossa e nella prediletta disciplina praticata nei nostri anni giovanili, ad Anna Kournikova, capostipite delle 'Lolite' del tennis moderno.
Forse gli scacchi giocati dalle donne, per l’intelligenza che sottendono, fanno paura e fanno sparire agli occhi degli stupidi la stessa bellezza. Ma, come detto, non intendiamo richiamare nessuno e tanto meno chi vive con la carta stampata. Probabilmente si tratta solo di trascuratezza. O, probabilmente, la nostra è solo l’amara considerazione che gli scacchi, almeno in Italia e sulla stampa non specialistica, rimane un argomento ancora tutto da scoprire e non solo come sport ma anche come arte, cultura, scienza, e, per rimanere in argomento, espressione di bellezza. Una bellezza che sfida il tempo, imperitura ed orgogliosa, come appunto accade alle donne realmente belle.
(22. VI. 2005)