LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Tredicesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.



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(Einstein e Dürrenmatt, una celebre partita a scacchi).
    Non conosco, ahimé, il tedesco. Da anni cercavo una traduzione del testo della famosa conferenza che, il 24 luglio del 1979, il grande drammaturgo Friedrich Dürrenmatt (1921-1990) tenne su “Albert Einstein”, nell’Auditorium Maximum del Politecnico Federale di Zurigo, applaudito intensamente se non a lungo per un improvviso oscuramento della sala.
    Sapevo che in quell’occasione, così come in molti altri lavori dello scrittore svizzero di lingua tedesca, il nostro antico gioco, gli scacchi appunto, era stato nuovamente utilizzato per poter interpretare la vita e spiegare lo stesso animo umano. Questa volta bisognava raccontare il valore del più grande fisico e filosofo del Novecento. M’incuriosiva molto sapere come un genio della letteratura avesse potuto, seppure in modo immaginario, scegliere il gioco degli scacchi per incontrarsi con un genio della fisica e, per di più, direi, in pubblico e in un “incontro ufficiale”. Non riuscivo a trovare lo scritto. Lo conoscevo per citazioni e per brevi estratti in lingua francese. Forse non era stato mai tradotto in italiano, né inserito in qualche raccolta antologica, come poi potevo appurare.
    Quanta contentezza, quindi, nello scoprire che l’intera prima pagina di “Domenica”, il sempre informato supplemento culturale de “Il Sole 24 Ore”, del 29 maggio 2005, annuncia la traduzione del libro oggetto delle mie affannose ricerche con l’affascinante titolo “Una partita a scacchi con Albert” (con una nota di A. Cas.). Ancor prima di leggere il giornale, quindi, inforco la mia cara bicicletta, creata a misura dall’artigiano catanese Alfio Bonanno artista ineguagliato delle due ruote, e corro dal mio libraio di sempre, la cui bottega si affaccia su una delle più caratteristiche piazze di Catania, e da sempre, la domenica mattina, aperta per i suoi amici. Dopo uno svelto saluto, torno a pedalare, con il libro in sicurezza nel portapacchi, e, felice, rientro frettolosamente a leggere e, subito dopo, a scrivere queste righe.
    L’auro volumetto “La partita a scacchi con Albert Einstein” tradotto, appunto per la prima volta in italiano, da Andrea Michler, è stato or ora opportunamente proposto dalle Edizioni Casagrande (Bellinzona, maggio 2005, pagg. 64, € 8,50) a quasi cento anni dalla prima formulazione della Teoria della relatività e nell’Anno mondiale della fisica.
    E’ una vera e inedita lezione dello scrittore svizzero sulle teorie di Einstein. Dürrenmatt, infatti, affascinato dalla fisica e dall’astronomia, aveva rimuginato l’argomento da tempo. Agli inizi degli anni sessanta una sua pièce, “I fisici”, impregnata di cupo pessimismo e incentrata sui rapporti tra ricerca scientifica e potere politico, riscosse enorme favore di pubblico. A lungo, infatti, il bernese aveva svolto considerazioni sulla fisica, come vera filosofia del nostro tempo, tanto che tra le tesi brechtianamente posposte all’opera una è categorica: “Il contenuto della fisica riguarda solo i fisici, i suoi effetti riguardano tutti”. Come non dimenticare, inoltre, che, tra i personaggi di quella commedia, c’era anche una spia comunista che fa finta di credersi Einstein e si nasconde in un manicomio? Proprio sull’onda di quel successo e in occasione del centenario della nascita del “vero” Albert Einstein, il Politecnico Federale di Zurigo, dove lo scienziato, prima di diventare cittadino del mondo, si era laureato nel 1900 ed aveva poi insegnato per qualche anno mettendo precocemente in luce il suo genio, invitò Dürrenmatt a tenere una conferenza.     Ma come un artista poteva cimentarsi con uno dei più grandi geni? Come fare per destare curiosità ed interesse ad un tema tanto complesso e in un’austera sala affollata di scienziati e studiosi? Decide di ricorrere ad una trovata drammaturgica e di parlare per parabola, giocando una sua personalissima partita a scacchi, rimasta giustamente famosa. Giocare “con un grande maestro” non lo spaventa, ”per la semplice ragione che non è me, ma il grande maestro che gli organizzatori vorrebbero vedere giocare a scacchi. Io non sarei che l’esca. E proprio la mia pochezza rivelerebbe nel modo più chiaro il suo gioco, la semplicità e l’eleganza con cui mi darebbe scacco matto” (p. 10). La partita a scacchi con Einstein diventa, in questa stupenda conferenza, una partita tra il grande fisico e il Dio di Spinoza. Il medesimo filosofo che, in una lettera del 1946, Einstein definì ”uno degli uomini più profondi e puri che il nostro popolo ebraico abbia prodotto”. Quando gli chiesero se credeva in Dio, rispose, senza esitare un attimo, che credeva “nel Dio di Spinoza, che si rvela nell’armonia legale dell’esistente, non in un Dio che si occupa dei destini e delle azioni degli uomini” (p. 18). Un Dio che, certo, non gioca a dadi, ma sicuramente a scacchi, in quanto esso ha “contenuto di verità” (p. 27) e rappresenta l’immagine chiave della teoria della conoscenza e della poetica.
    Siamo nel cuore del significato del Bianco e del Nero, della sfida del Bene e del Male, tra l’ordine e il caos, tra l’intuizione e la creatività umana, la bellezza e la verità, il rispetto delle regole e la determinazione della volontà dell’uomo nel vano ma doveroso tentativo di comprendere la percezione dell’universo e del nostro breve cammino in questo “labirinto in cui brancoliamo sempre più inermi e disperati”.
    Una grande e affascinante lezione di scacchi, di pensiero, di scienza, di vita, di civiltà. Una vera e propria “lectio magistralis” che, esattamente interpretando il fondamento del pensiero di Einstein, difende il primato della ragione dell’uomo e sul quale sarebbe bene, pure per noi e anche solo per un momento, poter riflettere. Per riscoprirci tutti migliori.
    Infine, per chi desidera approfondire il significato degli scacchi nelle opere di Dürrenmatt, egli stesso grande appassionato del gioco negli anni giovanili, non posso che rimandare alla lettura del colto saggio di Anna von Planta e Ulrich Weber, dell’Archives Dürrenmatt di Berna, “L’écrivan, un dieu joueur d’échecs, ou de la difficulté de comprendre la partie quand on est un pion. La métaphore des échecs chez Friedrich Dürrenmatt”. Il contributo si legge, alle pagine 497-528, nella magnifica opera collettiva, diretta da Jacques Berchtold, “Échiquierd d’encre. Le Jeu d’échecs et les Lettres (XIXe-XXe s.)”, Librairie Droz s.a., Genève 1998, con una introduzione di George Steiner ed la prefazione di Kirsan Ilioumjinov. (Altro libro, per inciso, che - da tempo- avrebbe meritato una traduzione e che non mi stancherò mai di citare e consigliare!).
    Per ultimo, apprendo dai giornali che il Museo tridentino di scienze naturali di Trento ha allestito un’interessante mostra interattiva, che resterà aperta fino al 30 ottobre prossimo, in occasione dell’anno mondiale della fisica e del centenario delle più importanti pubblicazioni einsteiniane, proponendo un percorso per “giochi”. S’intitola “I giochi di Einstein” ed è stata realizzata in collaborazione col Dipartimento di Fisica dell’Università di Trento. Cinquanta le installazioni, dislocate in cinque sale, per far scoprire ai bambini e agli adulti, oltre le scoperte scientifiche anche il percorso biografico del “Signor E=mc2”, con le sue passioni e il suo impegno civile. Peccato che gli scacchi, almeno così pare, non hanno trovato alcuno spazio tra i giochi da sperimentare, dove persino il domino è stato utilizzato per chiarire il teorema di Pitagora. A meno di non essere felicemente smentito.
(29. V. 2005)

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(Giocare con le ombre).
    Si legge con vera curiosità e sino alla fine il romanzo di Ignacio PadillaOmbre senza nome” che la “Fanucci Editore” pubblica nella traduzione dallo spagnolo di Camilla Cattarulla (Collezione narrativa, Roma 2005, pagg. 202, € 13,00).
    Padilla, nato a Città del Messico nel 1968, laureato all’Università di Salamanca con una tesi su Miguel de Cervantes e ora professore di Letteratura presso l’Universidad de las Américas, a Puebla (Messico), autore d’altri tre romanzi, raccolte di racconti e libri per bambini, con questo recente lavoro ha vinto in Spagna, nel 2000, il premio “Primavera de Novela”.
    Uno scrittore ancora poco conosciuto ma che, sicuramente, diventerà noto anche da noi. Al riguardo basta considerare che il recente numero di maggio 2005 della rivista di libri francese “Lire”, nel suo poderoso servizio sulla letteratura del XXI secolo, ha inserito, infatti, il nome del messicano nell’elenco dei cinquanta migliori “scrittori per il domani”.
    Come in altre narrazioni che tentano di decifrare il lato buio del Novecento, dove il gioco degli scacchi ha un ruolo significativo e serve da filo conduttore per svelare l’animo degli uomini, ci troviamo nel malefico pantano che si è formato con la grande ferita aperta dal nazismo.
    Il racconto si snoda lungo tre date, che hanno segnato la storia del XX secolo. Inizia nel 1916, durante la prima guerra mondiale su un treno che porta le truppe verso il fronte balcanico e dove la recluta austriaca Thadeus Dreyer gioca una partita a scacchi che vale la sua salvezza. Cambierà, infatti, la sua identità con il perdente, Victor Kretschmar, impiegato delle ferrovie, sfuggendo così alla guerra. Prosegue nel 1943, con il Piano Anfitrione che prevedeva la creazione di un esercito di sosia dei gerarchi nazisti considerati a rischio. Ma tra i mistificatori riescono ad infiltrarsi alcuni ebrei. Finisce, infine, nel 1960, con la cattura a Buenos Aires di Adolf Eichmann dove viveva sotto il falso nome di Ricardo Klement, alias di Martin Borman. Il criminale nazista, eccezionale e accanito scacchista, a proposito del quale Hannah Arendt parlò di “banalità del male”, sarà poi giustiziato a Gerusalemme e senza aver mai negato la propria identità, al termine di uno dei più lunghi e traumatici processi della storia. Le sue ceneri furono poi cosparse in mare, oltre le acque nazionali d’Israele, nel 1961.
    Le vite di singoli uomini che decisero il destino di milioni d’ebrei e le tragiche vicende della recente storia europea, sono raccontate, ancora una volta, facendo ricorso al gioco degli scacchi come metafora della realtà. Vite che si comportano come pedoni di un’immaginaria scacchiera spostati da ignoti giocatori, ombre di un destino estraneo, forse, alle loro volontà e alle loro stesse identità.
    Un triller letterario che si segue con suspence, anche se nell’intricatissima trama non s’intravedono quelle passioni che, avendo come chiave di lettura il gioco degli scacchi per rappresentare la drammaticità di anni terribili e nel solco del romanzo mitteleuropeo, ci hanno fatto amare, e in modo incondizionato, i romanzi di Zweig e di Maurensig.
(31. V. 2005)

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(Scacchi ed Eurolandia).
    All’indomani del risultato-choc del referendum in Francia, che ha visto trionfare il “no” alla Costituzione Europea, un gruppo di convinti “unionisti” si è riunito a Roma per l’analisi del contraddittorio, ma quasi plebiscitario, voto francese.
    A comunicarne la notizia non è un quotidiano romano, magari in cronaca, ma il torinese “La Stampa” di martedì 31 maggio 2005 che lo consacra, su cinque colonne, a pag. 9 con accanto ad una foto di Amato, uno degli infaticabili estensori dell’importante e macchinoso provvedimento. La corrispondenza dell’incontro, vivace e ricca di penetranti richiami, comincia con il sorprendente titolo “Per il «Club degli Scacchi» Blair salverà l’Europa” ed è a firma di Antonella Rampino.
    L’articolo ci fa sapere che Giuliano Amato, Renato Ruggero, Giorgio Napolitano, Domenico Fisichella e l’editorialista del “Corriere” Franco Venturini sono stati invitati a colazione al Circolo degli Scacchi della capitale dall’ambasciatore Antonio Puri-Purini, apprezzato consigliere della politica estera del Presidente della Repubblica. Un gruppo di sicuri europeisti “ciampisti” si è riunito, quindi, per affrontare come sarà possibile assorbire una scelta popolare così violenta e risolvere le incognite che adesso si sono aperte. Certo le soluzioni sono per il momento oscure, anche se, tecnicamente, nulla per il momento cambierà, rimanendo in vigore il Trattato di Nizza. Pare che dovrà essere proprio il premier britannico Tony Blair, in questi giorni in vacanza nella sua amata campagna toscana, a dover affrontare la soluzione del problema: è alle viste il semestre inglese di presidenza dell’Ue. Toccherà proprio al paese più euroscettico dell’Unione gestire la crisi e avviare la necessaria operazione di ricucitura. E Blair non potrà tirarsi indietro. Un momento non certo propizio perché, nelle prossime ore, appena le urne si chiuderanno, dopo il “non” francese un altro “nee” popolare e maggioritario risuonerà sicuramente in Olanda.
    La soluzione, almeno al termine della riunione al circolo, non è stata ancora trovata, conclude la giornalista. Non sappiamo se al “Club degli Scacchi”, nuovo “Club del Coccodrillo” dal nome del ristorante di Bruxelles - ricordato nell’articolo - nel quale Altiero Spinelli riuniva tenacemente i costruttori dell’unione europea, saranno convocate nuove riunioni. In ogni caso l’accostamento c’è piaciuto e non poco. Curiosamente anche il nome dell’animale della trattoria belga ci ha richiamato alla mente il gioco degli scacchi: una recente e interessante monografia sulla variante “Pirc”, noto sistema di difesa del Nero contro l’apertura 1.e4; …3.c6 (B-07), ha, infatti, per titolo “Difesa coccodrillo” (Alessio De Sanctis, edizioni Ediscere, 2004, collana autori italiani n. 3). Noi speriamo, quindi, che al Circolo degli Scacchi romano seguano altri incontri simili: il luogo ci sembra propizio e di buon auspicio. Il gioco degli scacchi ha sempre insegnato a ponderare bene le mosse, prima di muovere i pezzi e a far parlare tra loro persone di lingua e culture diverse.
    Ci auguriamo, quindi, che cresca la volontà di riattivare il sentimento dell’europeismo e, proprio in questo ritrovato ambiente, con serenità e calma, esaminare, con il concorso di tutti e in nuovi incontri, il piano di gioco migliore e più costruttivo per il nostro futuro in Europa.
    La notizia che abbiamo appena data, per inciso curiosamente non riferita da nessun altro quotidiano oltre quello torinese, contribuirà, speriamo, ad assegnare un posto di riguardo nei libri di storia ad un circolo scacchistico, oltre per il suo illustre passato, anche per avere in tal guisa contribuito a rafforzare il cammino di pace e unione di questo nostro boccheggiante Vecchio Continente.
(1. VI. 2005)

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(Giocare a scacchi contro gli 'euroburocrati prodiani').
    La notizia principale su tutti i quotidiani d’oggi rimane ancora l’Europa.
    Un’Europa indebolita dall’esito del referendum francese e olandese; quella che ha aperto ieri l’annunciata procedura per disavanzo eccessivo nei confronti del nostro paese; l’Europa nell’attesa delle decisioni che i venticinque capi di Stato o di Governo dell’Ue prenderanno nel difficile vertice previsto il prossimo 16 giugno.
    Stupisce non poco, però, trovare accanto alla titolazione predominante, in una nicchia di prima pagina sul quotidiano “La Stampa” d’oggi, 8 giugno 2005, un servizio, che prosegue all’interno della pag. 2, di Augusto Minzolini dal sorprendente titolo: “Una partita a scacchi «contro gli euroburocrati». Il Cavaliere attacca i funzionari. «Rovinano l’Europa dei Popoli» e dietro il loro intervento vede la mano degli uomini di Prodi”.
    Certo, con ogni probabilità e nei prossimi giorni, leggeremo le immancabili smentite del premier. Così come oggi sul “Corriere della Sera”, a pag. 10, sbugiarda il decano del giornalismo italiano Enzo Biagi che ha riferito (e chiarito), sullo stesso giornale, qualche giorno prima, del gesto (il dito medio alzato) da lui fatto durante un comizio a Bolzano. E ripropone, tranne poi a doversi nuovamente correggere in futuro, l’uso distorto della stampa e della tv pubblica con l’ugual tono e la medesima ottusa arroganza di quando lui stesso, presidente del Consiglio in una visita ufficiale a Sofia, ebbe a dichiarare nel 2001 “Biagi, Santoro e Luttazzi fanno un uso criminoso della tv pubblica: è dovere di questa dirigenza Rai fare in modo che ciò non accada più”. Succederà ugualmente anche nel più importante quotidiano italiano? Il bravo Biagi certo non ci sta e dichiara, a voce alta e con la schiena sempre dritta malgrado gli anni: “non conosco Berlusconi come giudice”.
    Una nuova partita a scacchi è, in ogni caso, iniziata. Questa volta tra Silvio Berlusconi e quella che il Cavaliere definisce la “burocrazia europea”, gli spietati “tecnocrati” di Bruxelles. Forse molti di quegli stessi uomini che, a suo dire, Prodi, ex Presidente della Commissione europea, ha collocato artatamente nel cuore di Eurostat, per combattere e vincere l’avversario nelle prossime elezioni politiche.
    Una partita che durerà mesi in una sconcertante non solo meteorologica primavera europea e, purtroppo, in un’Italia che appare sempre più inadeguata ad affrontare i problemi reali, lacerata in chiacchiere ed allusioni da osteria.
(8. VI. 2005)

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