LETTERATURA E SCACCHI
Rubrica a cura di Gregorio Granata


Undicesimo numero della nuova rubrica dedicata a Letteratura e Scacchi.
Libri e quotidiani, attentamente letti e brillantemente commentati, nei loro riferimenti al gioco degli scacchi, dal socio Gregorio Granata.





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(Economia e gergo scacchistico).
    Anche le più complesse operazioni economiche e finanziarie, come quella sulla gestione del mercato dei Bot, possono essere spiegate, facilmente, facendo uso della terminologia scacchistica.
    Abbiamo oggi, in particolare, apprezzato il commento di Massimo Muchetti sulla notizia dell’alleanza, non ancora conclusasi, tra l’Mts, il gruppo che controlla Piazza Affari, e Euronext. Ecco il titolo che appare sul “Corriere della Sera” del 29 marzo 2005, a pag. 29: “Il nostro risparmio fa gola. Ma non si difende con l’arrocco”. Il bravo commentatore, nel plaudire l’esperienza manageriale e di governance di Mts e criticare le eccessive preoccupazioni della banca centrale, scrive: “Forse l’industria della finanza in Italia non si difende arroccandosi oggi sulla Bnl e domani sull’Antoveneta, ma aprendo i giochi”.
(29. III. 2005)

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(Papa Giovanni Paolo II, il “Grande”).
    Non vogliamo aggiungere altro a quanto si è detto o scritto su Karol 'Lolek' Wojtyla, grande figura di uomo coraggioso e pontefice di santa contraddizione che ci ha appena lasciato e che ha segnato la storia di questo inizio del terzo millennio.
    Riteniamo che in questo momento dobbiamo solo ascoltare, in silenzio, i sentimenti più profondi per salutarlo con amore e con gratitudine. Sentimenti da tutti invocati, con partecipazione universale e corale, cattolici, non credenti, persino persone che si riconoscono in altre religioni ed ideologie o che, in ogni caso, non si sono trovate in accordo con alcune sue scelte.
    Non c’interessa sapere neanche se dobbiamo includere questo straordinario Papa polacco tra i pontefici appassionati di scacchi per sentirlo ancora a noi più vicino. Ha amato la vita, la libertà, la pace, la giustizia, la lealtà, l’umiltà, la montagna, lo sport, la poesia, il teatro, le persone e i paesi più deboli e poveri e, in modo esclusivo ed eroico, sino alla fine, la sua istituzione, la Chiesa cattolica romana. E’ quanto basta, se non molto, ma molto di più. Ed è per questo che non intendiamo neanche accennare al clamoroso falso su alcuni problemi scacchistici in 2 mosse a lui attribuiti e che valse una diffida del portavoce di Giovanni Paolo II, dr. Joaquìn Navarro Valls, con tanto di scuse formali della rivista che aveva pubblicato, nel 1987, la clamorosa e non vera notizia. Una cosa è certa: tutti noi scacchisti sentiamo questo papa vicinissimo non perchè fosse affezionato anche al gioco degli scacchi, com’è stato molto probabilmente nella realtà considerata la sua origine slava, ma, piuttosto, per i valori che difendeva. Valori universali e particolarmente cari a tutti noi appartenenti della comunità scacchistica.
    E’ per questo che non abbiamo potuto fare a meno, qui e con gran pudore, di ricordarlo come un fratello maggiore e saggio padre, brevemente ed affettuosamente.
    Sit tibi terra levis. Amen.
(3. IV. 2005)

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(Kasparov aggredito a Mosca).
    Un breve, rapidissimo cenno lo dobbiamo pure fare. Nell’intervista, curata da Stephen Moss, apparsa nel supplemento settimanale “Io donna” del “Corriere della Sera” del 26 marzo scorso e citata poco sopra, eravamo rimasti alquanto stupiti dalla seguente dichiarazione di Garry Kasparov che, dall’interno dell’organizzazione democratica “Committee 2008: Free Choice”, vuole impegnarsi nella politica russa: “«Mi aspetto attacchi feroci dalla stampa e dalla televisione di governo. Diranno: “Cosa può sapere un giocatore di scacchi di politica?”. So che il peggio deve ancora venire: per i prossimi mesi mi aspetto soprattutto cose negative». Ammette anche il pericolo di reazioni violente contro di lui. «Questa gente non è allergica al sangue. Ma devi agire. Se riesco a convincermi che devo agire agisco. Sto facendo la cosa giusta al momento giusto e non mi curo dei rischi. Fa parte del gioco».” (pag. 64).
    Ora apprendiamo dal sempre aggiornato sito web de “L’Italia Scacchistica” del 16 aprile 2005 che, al termine di una riunione di attivisti politici, il grande campione è stato colpito da uno di loro con una scacchiera, procurandogli un ematoma alla testa. Rifiutandosi di andare in ospedale per le medicazioni, sembra che abbia detto con enfasi, allontanandosi, “meno male che lo sport nazionale russo non è il basebball!”.
    E’ solo l’inizio delle sue preoccupazioni?
(16. IV. 2005)

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(Stallo in politica).
    Come è risaputo, ma repetita iuvant, con il termine 'stallo' si indica, negli scacchi, un caso di patta che si verifica quando un giocatore, senza trovarsi con il Re sotto scacco, non è in condizione di eseguire alcuna mossa legale. In senso figurato sta per ristagno, immobilità, nulla di fatto. Essere in condizione di stallo si dice, infatti, a proposito di situazioni che non presentano vie d’uscita; dal latino medievale stallum, dal francone stall 'sosta, dimora'. Questo quanto dicono i vocabolari (per tutti: “Il dizionario della lingua italiana” di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, Le Monnier, 2003) e i libri di scacchi (per tutti: “Dizionario enciclopedico degli scacchi” di Adriano Chicco e Giorgio Porreca, U. Mursia & C., 1971).
    Nell’alta tensione che corre in questi giorni all’interno della stessa compagine governativa, a seguito della sconfitta subita nelle elezioni regionali del 4 aprile, la parola 'stallo' ha fatto capolino più volte nei quotidiani italiani e stranieri, a torto o a ragione. Leggendo oggi, 12 aprile 2005, l’articolo di fondo, naturalmente in prima pagina, a firma di Giovanni Sartori, del “Corriere della Sera” che ha per titolo “Le mosche cieche e la devolution” e, come occhiello, “Lo stallo della politica italiana”, abbiamo pensato ad altro, ad altri libri e ad altri significati. Non, in altre parole, ad asettiche definizioni che consacrano i professionisti della lingua e del gioco e da quanti, come Sartori, sanno interpretare i fatti della politica, ma facendoci aiutare, almeno per una volta, dalle spiegazioni che ci pervengono dai poeti e dai letterati.
    Proprio alla fine della lettura dell’articolo ci siamo, infatti, ricordati della decifrazione della parola 'stallo' che ci perviene da uno dei più grandi e amati narratori contemporanei: Giuseppe Pontiggia. Ecco come lo scrittore definisce l’abusata odierna parola: ”Spingere i propri pezzi in un vicolo cieco. Finché l’avversario incalza, fuggire sempre. E quando nessuna mossa sarà possibile, fingere allora di arrendersi e invece pareggiare” ( in “L’arte della fuga”, Adelphi Edizioni, 1968, pag. 158).
    Certo può sembrare meno indolore, ma è un modo per soccombere o, più correttamente, ritornare al punto di partenza, senza risultati e ancora più logorati e stanchi. Una scelta molto grave, soprattutto in politica dove, e in ogni caso, non è assolutamente corretto fingere o, come scrive Sartori, comportarsi come “un insieme di mosche che svolazzano sino all’esaurimento all’interno di una bottiglia dalla quale (avendo, appunto, una intelligenza da mosca) non sanno come uscire anche se la bottiglia è stappata”.
    Nel gioco degli scacchi questa tattica ha un altro nome: si chiama “disperazione”. E ci vengono nuovamente in mente le considerazioni che Pontiggia ha scritto sull’abbandono: “prevenga le mosse della fine: la fuga verso l’angolo, il re accerchiato, la chiusura dei varchi, i pedoni inutili. I dilettanti sperano nell’avversario, ma chi conosce il gioco sceglie la sconfitta” (ibidem, pag. 159).
    Ed è per queste ragioni che riteniamo che la parola 'stallo', usata dai media (anche oggi, nel “TG2” delle ore 13) per indicare la crisi politica che si è aperta in seno alla Cdl da più giorni senza trovare soluzione e senza neanche essere doverosamente formalizzata (almeno sino al momento in cui scriviamo) nelle mani del Capo dello Stato, è, quantomeno, riduttiva e, politicamente, così riteniamo, nasconde una situazione ben più delicata e grave.
(18. IV. 2005)

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(Personaggi).
    Chi tra gli scacchisti che frequentano i tornei di scacchi in Italia e nel mondo non lo conosce? Sempre tenendo d’occhio un vicino tavolino, apparecchiato come un altarino di una festa paesana e situato in qualche discreto angolo della sala da gioco, con libri, cartoline, medaglie, pezzi e ricordi scacchistici? E’ Zivojin Ljubisavljevic, detto Ljuba o, anche, quando vince qualche torneo, nei titoli delle riviste, “il vecchio leone di Belgrado”. Alto, capelli neri, un fisico robusto ancora atletico, un franco sorriso, rotto -almeno quando è impegnato a giocare - da qualche contrazione nervosa, sempre disponibile, grande amico di tutti, mai invadente.
    E’ nato a Belgrado 64 anni fa. Nella capitale dell’ex Federazione Jugoslava, ora Serbia e Montenegro, ha compiuto tutti gli studi sino alla laurea in ingegneria. Ha iniziato a giocare a scacchi tardi, a diciassette anni, dopo essere stato costretto ad abbandonare, in seguito a piccoli infortuni sportivi, una promettente attività agonistica nell’hockey sul ghiaccio. In poco tempo, però, malgrado non giovanissimo e la forte concorrenza degli scacchisti slavi, è diventato uno dei più forti e brillanti giocatori. A venticinque anni ha conquistato l’ambito titolo di Maestro Internazionale, conseguendo anche quello di “Istruttore internazionale”, dopo aver studiato nella celebre scuola di scacchi di Mikhail Botvinnik a Mosca. E’ riuscito a vincere più di 200 Tornei Internazionali in tutto il mondo, la maggior parte dei quali in Italia. Si vanta d’essere uno dei pochi scacchisti “globetrotter” ancora in attività e di avere visitato, inseguendo le sedi di gioco, ben 130 Stati diversi. Oltre che essere “Arbitro internazionale” è stato allenatore di numerosissimi Paesi nelle ultime dieci Olimpiadi di Scacchi (Singapore, Hong Kong, Isole Vergini, Bangladesch, Sri Lanka, Tanzania, Principato di Monaco, Repubblica di San Marino). Negli ultimi ventidue anni si è trasferito, quasi stabilmente, in Italia, prima a Verona e poi in Sicilia e, in questi ultimi quattro a Catania. In questa provincia, a Militello in Val di Catania, nel 2002, ha ricevuto il prestigioso riconoscimento “Don Pietro Carrera” per la sua lunga e affermata attività scacchistica.
    Di tanto in tanto sparisce. Corre, con la sua valigia carica di libri e ricordi, verso qualche torneo: Taormina, Cremona, Lucca, Campobasso, Porto San Giorgio, Saint-Vincent, Alghero, Calvià, Montebelluna, Monti, Cutro, Lacona, Gioiosa Marea, Grammichele … Magari ospite degli organizzatori o di qualche mecenate, per sentirsi, anche lui, almeno per una settimana, scacchista e artista fortunato e benestante.
    Con gran candore afferma che, tra i tanti Paesi che ha conosciuto, preferisce vivere in Sicilia, avendola eletta sua seconda Patria per tre semplici ragioni: l’ospitalità e l’amabilità dei suoi abitanti, la mitezza del suo clima, la genuinità dei suoi cibi e della sua sana cucina mediterranea.
    Fortunatamente ha qualche amico che, consapevole di com’è difficile vivere, e in Italia, facendo il “professionista di scacchi”, lo aiuta in qualche modo. Vive certo di poco, ma con grande dignità. Il suo momento più bello sarà quando otterrà la cittadinanza italiana. Non ama, infatti, la burocrazia e la necessità, lui appartenente ad un paese una volta privilegiato tra quelli comunisti “non allineati”, di rinnovare il foglio di soggiorno e riconoscersi ancora straniero nella terra che ama.
(18. IV. 2005)

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