Una fotografia emblematica di una partita a scacchi a Capri



di Gregorio Granata




                La fotografia apparsa su
    L’Italia Scacchistica”, N.1166 , pag.55




    Ho letto con particolare interesse l'articolo su "Lenin e gli scacchi", ricco di notizie sull'importanza che il gioco ebbe all'indomani della Rivoluzione di Ottobre in Russia, apparso sulla rivista “L’Italia Scacchistica” (Gennaio-Febbraio 2004, numero 166, pp.54-55), sempre attenta agli aspetti storici e culturali del “nostro” gioco.
    A corredo del testo, è stata pubblicata una notissima fotografia (vedi sopra), importante nella biografia del grande rivoluzionario: quella scattata tra il 10 e il 17 aprile 1908 a Capri, sulla terrazza della villa Blaesus, sovrastante la via Krupp. Maksim Gor’kij (1868-1936), che si vede seduto sulla balaustra, osserva pensoso, accanto a Natal’ja Bogdanova (in piedi), Lenin e il compagno rivoluzionario Aleksandr Bogdanov che giocano a scacchi.
    Non tutti i lettori sanno, però, che Gor’kij, già scrittore di fama mondiale, visse nell’isola ben sette anni, dopo avere lasciato la Russia all'indomani della rivoluzione del 1905, e mise l'abitazione, così come villa "Spinola" (o villa Behering) e villa "Serafina" (oggi villa Pierina) dove abitò successivamente, a disposizione, come veri e propri centri di accoglienza, per un numero sempre crescente di emigranti russi: scrittori più o meno famosi, musicisti, artisti, esuli e con lo scopo di creare una scuola per propagandisti rivoluzionari. Lenin si era ivi recato per convincere il grande scrittore sovietico, data l'atmosfera troppo "spiritualistica" che Gor’kij e Bogdanov vi facevano regnare, che stavano "sbagliando strada".
    Plechanov, così citato nell’articolo, ovverosia il giovane Zinovij Sverdlov (1884-1966), rinnegato dal padre e adottato da Gor’kij con il suo proprio nome di Peškov, naturalizzato francese nel 1923, non appare nella fotografia. E non per un maldestro taglio dell'impaginatore della Rivista, ma semplicemente perché la sua immagine, in bella evidenza collocata tra lo scrittore e la moglie di Bogdanov, era stata già eliminata! Peškov, o, meglio Pechkov (e non Plechanov) come il suo nome fu trascritto in Francia, infatti, durante la prima guerra mondiale si arruolò come volontario nell'esercito francese, fu ferito gravemente e perdette un braccio e, poi, venne inviato presso l'armata bianca dell'ammiraglio Kolcak, divenendo, in anni successivi, e dopo avere raggiunto nel 1941 a Londra De Gaulle, diplomatico e militare di prestigio, generale, cavaliere della Legione d'Onore. Conservò sempre un atteggiamento negativo nei confronti della rivoluzione bolscevica e, certo, un "traditore" non doveva apparire accanto a Lenin, così come la stessa fotografia, che ha avuto diversi "ritocchi", non poteva essere del tutto eliminata dai libri di storia.

    L'emblematica fotografia è, infatti, molto importante almeno per un duplice ordine di motivi: è una delle rare che mostra Lenin in esilio e la sola che illustra una fase decisiva della lotta filosofica contro le deviazioni del movimento rivoluzionario. Nei vari anni la stessa immagine ebbe diversi rimaneggiamenti (1): scomparve Vladimir Bazarov-Rudnev (1874-1939) (che, come mostra la fotografia originale era raffigurato in piedi, dietro a Lenin), figlio del medico curante di Lev Tolstoj e uno dei migliori economisti sovietici, perché condannato nel 1930, nell'ambito dei primi processi staliniani, per attività controrivoluzionarie e deportato insieme a migliaia di economisti, ingegneri e funzionari. Così come scomparvero, come indesiderabili, dalla stessa fotografia, l'editore Ivan Ladyžnikov (1874-1945) (seduto, accanto a Lenin) e A. Ignat’ev (seduto, tagliato dall'inquadratura). L'avversario di Lenin, certamente meno forte ma che - a giudicare dalla posizione dei pezzi - stava probabilmente vincendo la partita, Bogdanov (morto nel 1928, scrittore, scienziato e filosofo ferocemente contestato nel saggio "Materialismo e empiriocriticismo"), per ovvie ragioni, non potrà mai essere eliminato. In compenso, sarà citato molto raramente nelle didascalie.

    Su Lenin scacchista è da aggiungere, inoltre, che Gor’kij ricorda, che quando perdeva a scacchi, "si rattristava come un bambino", e il famoso critico d'arte Aleksandr Voronskij (1884-1937) scrive nelle sue memorie che Lenin, "irritato per avere perso due volte di seguito contro uno dei suoi compagni, si rifiutò di giocare la terza partita". I riferimenti sono citati in un affascinante libro di Vittorio Strada "L'altra rivoluzione", ed. La Conchiglia, 1994, che racconta, appunto, la "Scuola di Capri" che vide riuniti nell'Isola un gruppo di dissidenti russi, rispetto alle posizioni leniniane, impegnato in una attività didattico-culturale per la creazione di una nuova cultura che, per quanto può sembrare strana, auspicava una nuova e terrena "religione", destinata a svolgere un ruolo tutt'altro che trascurabile nella storia della rivoluzione russa (bolscevica) e di cui c'è un brevissimo cenno in un mio intervento sulla stessa rivista (Gen-Feb 2002 - N.1150, pag. 46), ricordando la giovinezza di Giorgio Amendola a Capri.

    Tanto mi è sembrato di qualche utilità aggiungere all'interessante articolo in questione che, evidentemente, non poteva accogliere una didascalia così dettagliata a corredo della pregnante immagine scelta, che, come è stato detto, "rimarrà simbolo di una partita storica che entrambi i contendenti persero, ma che a pagare furono altri: le incalcolabili vittime materiali e morali di una illusoria costruzione di un falso dio".

Nota:

(1) Ecco la famosa fotografia, pubblicata la prima volta sulla rivista “Proletarskaja revoljucija” (Rivoluzione proletaria) nel 1926 e scattata nell’aprile del 1908 da Jurij Željabužskij (1888-1959), figlio di Marija Andreeva e futuro regista cinematografico. Oltre Lenin, Bogdanov e Gor’kij, sono raffigurati: Ignat’ev (seduto, tagliato dall’inquadratura), Ladyžnikov (seduto dietro a Lenin) e, in piedi (da sinistra a destra), Bazarov-Rudnev, Zinovji Peškov (Sverdlov), Natal’ja Bogdanova Malinovskaja.



    La foto, così come le successive, sono apparse in numerose pubblicazioni. Qui, per tutte, oltre il bellissimo lavoro di V. Strada, già citato, si segnala l’interessante saggio di Alain Jaubert “Commissariato degli archivi, le fotografie che falsificano la storia”, con una illuminante prefazione di Sergio Romano, ed. Corbaccio, 1993.

    Sotto, altre due fotografie della stessa istantanea, “ritoccate” (nella prima scompare l’indesiderato Bazarov-Rudnev e viene nuovamente inquadrata centrando Lenin, e, nella seconda, sparisce anche il “traditore” Pechkov, alias Peškov-Sverdlov, figlioccio di Gor’kij. Quest’ultima è quella che è stata pubblicata, con un diverso taglio, dalla rivista e che ha fatto sorgere l’equivoco sulla identità delle persone raffigurate):



    (Il presente articolo, scritto originariamente in forma di lettera al Direttore de “L’Italia Scacchistica” e non corredato di foto, è apparso sulla stessa rivista, fascicolo di Marzo-Aprile, N.1167, pp.70-71, ne “La posta dei lettori” con il titolo “Lo scacchista Lenin”).