SCACCHI DAL CAMPO DI CONCENTRAMENTO


di Massimiliano De Angelis


    

    Molti conoscono quella che è stata la tragedia della ritirata dell'esercito italiano in Russia alla fine del 1942 quando 230.000 uomini furono intercettati dall'armata di Stalin e fatti prigionieri.
    Soltanto pochi di essi, circa 13.000, nell'autunno del '45, dopo un interminabile calvario tornarono finalmente a casa.
    Inizialmente furono raggruppati sulle rive del Don, e da lì, gradualmente smistati in campi di concentramento localizzati in diverse regioni dell'Unione Sovietica. Costretti a marciare nel gelo senza tregua e con equipaggiamenti inadeguati, molti stremati, si fermavano lasciandosi morire.
    Ruggero Y. Quintavalle era un fante della divisione "Torino" quando anch'egli fu fatto prigioniero. Dopo aver percorso centinaia di chilometri a piedi e sui camion, approdò assieme ad altri, ai campi di prigionia di Pakta-Aral nel Kasakstan, in Asia centrale.
    Lì, in base alla forza fisica e allo stato di salute, alcuni venivano inviati ai lavori forzati nei campi di cotone, altri a lavori più leggeri, come la pulizia delle baracche e delle latrine. I mutilati e gli infermi restavano al campo in attesa di un destino inevitabile.
    Mancava tutto, e questi ultimi si inventavano mestieri e qualche passatempo, come produrre, ad esempio, un mazzo di carte da gioco con della carta "riciclata". C'era un soldato tra di loro che non poteva lavorare nei campi. Servendosi del manico di un cucchiaio martellato e temperato con una pietra, era riuscito ad ottenerne uno strumento per intagliare il legno. Utilizzando pezzetti di betulla, in alcune settimane di paziente lavoro aveva composto un set di scacchi di piccole dimensioni (altezza del re cm 4.5; pedone cm 2.8).


    In mancanza di vernici o smalti, si procurò ciò che gli occorreva in infermeria. Utilizzò del blu di metilene per colorare lo schieramento di campo scuro e del chinino per evidenziare alcuni particolari sia dello schieramento di campo chiaro, che lasciò di legno naturale, che dell'altro così colorato. Con del giallo ocra e del marrone ottenuti dopo aver ridotto in polvere e successivamente diluito con differenti dosaggi il chinino, decorò portoni e finestre delle torri, regine e re. Per la scacchiera (andata perduta), assemblò carta riciclata tingendo le case scure con lo stesso procedimento.
    In assenza di un modello è difficile immaginare a quale soggetto il soldato si sia ispirato per intagliare questo gioco, ma non sembra azzardato ipotizzarne un influsso dominante. Si avverte difatti, nell'architettura delle torri (caratterizzate da merli pungenti e da portoni e finestre inaccessibili) e nelle fattezze dei cavalli, il forte senso di oppressione e di mostruosità così presenti nella prigionia subita.
    Durante il soggiorno al campo, i pezzi, conservati in una scatolina di latta (qui riprodotta assieme al set), furono donati dal soldato italiano a Ruggero Quintavalle il quale, forte del suo carattere e della perfetta conoscenza della lingua russa, era riuscito come interprete, ad essere in qualche modo indispensabile anche alle guardie del campo.
    Il 25 settembre 1945, ad armistizio firmato, lasciava finalmente il campo di Pkta-Aral denominato 29/2, per iniziare il lungo ritorno verso l'Italia. Dentro il suo zaino passavano il controllo di uscita anche questi pezzi, assieme a pochi "effetti personali".
    Uomo eclettico e scrittore, scomparso a luglio del 2003, Ruggero Quintavalle ricordava quei giorni con minuzia di particolari durante il nostro ultimo incontro avvenuto nella primavera del 2000. Nel suo toccante libro "Un soldato racconta" (Edizioni Athena 1960), che narra le vicende della ritirata dell'esercito italiano e della prigionia nell' Unione Sovietica, il set è descritto a pag. 243 e riprodotto in foto alla tav. 41.



    Mi mostrò allora questi pezzi ben conservati, che sono, come spesso furono gli scacchi in passato, una attestazione di sfida, di storia, ma anche di sofferenza, oltre che di gioco.
    Quando ci imbattiamo in un set non recente, sappiamo quanto sia complesso ricostruirne il contesto storico, e spesso ci perdiamo, affascinati, nelle ipotesi più fantasiose.
    In questo caso, il percorso era ben documentato, anche se il nome dell'autore del gioco, rimane purtroppo, perduto nella memoria come il dramma della sua fine.

    Quando riapro questa scatolina avverto ogni volta, immediato, il sapore di questa vicenda, e nel narrarla mi piace pensare di rendere un piccolo omaggio al ricordo dei protagonisti scomparsi, quale erede e custode, oggi, di questa testimonianza.

[Pubblicato su "L Italia Scacchistica", Dicembre 2003. N. 1165]