CONCETTUALITA’ DEGLI SCACCHI IN MONGOLIA

Comunicazione presentata al Congresso CCI Italia 2005 di Roma

Rodolfo Pozzi




    Nel 1945 l'orientalista americano Schuyler Camman, durante i suoi viaggi in Asia, ha avuto l’opportunità di giocare a scacchi con i lama dei monasteri della Mongolia Interna cinese, sottostando a regole leggermente differenti dalle internazionali e meravigliandosi dei loro singolari pezzi, diversi da quelli del resto del mondo. Così conclude il racconto della sua visita: "Quando io partii la terza mattina il lama ospite mi fece omaggio di una scatola di scacchi avvolta in una stola cerimoniale di seta. Era un regalo dell'abate, spiegò, in cambio del dono che io gli portai quando venni la prima volta al tempio. Ero felicissimo: non c'era nient’altro che avrei voluto avere" (Camman 1946 p. 410).
    Il fatto si è dimostrato rilevante per la storia degli scacchi poichè nel 1968, a più di vent’anni di distanza, la fotografia del set è apparsa in uno dei primi libri interamente dedicati alle figure del nostro gioco, il Chessmen di Mackett-Beeson. Si leggeva nella didascalia "Rarissimi pezzi mongoli scolpiti nel legno all’inizio del 20° secolo", e nel testo "Nessun altro gioco di scacchi mongolo completo è conosciuto o documentato, e mai prima d'ora esemplari simili sono stati illustrati" (Mackett-Beeson 1968 p. 95, fig. XXI pp. 96-97 e p. 105; 1973 p. 79, fig. 105 pp. 80-81 e p. 87): la mia curiosità diveniva incontenibile.
    Non avevo mai visto sulla scacchiera leoni e tigri come Donne, cammelli a due gobbe come Alfieri, carrozze in luogo delle Torri, pavoni e galline al posto dei Pedoni, e con tutta probabilità ciò costituiva una novità anche per la maggior parte dei collezionisti. Questo "incontro" ha stimolato inconsciamente la mia ricerca sugli scacchi della Mongolia. Per trent’anni però tali piccole sculture sono rimaste per me un sogno, fino a quando l'antiquario Garrick Coleman mi ha procurato un set (fig. 1), pressoché sconosciuto anche a lui e "quasi" identico a quello del Chessmen (i giochi di scacchi lavorati a mano non sono mai uguali uno all'altro).


Fig. 1 - Il set che contrappone i Cinesi, che rappresentano il Male, ai Mongoli (il Bene). E' di legno dell'inizio del 20° secolo.



    In precedenza ero già stato attratto dalla cultura dei nomadi dell’Asia centrale, partecipando attivamente a spedizioni archeologiche in Cina e nei deserti della Mongolia Interna, affascinato dai millenari graffiti. Per studiare questi scacchi ho in seguito consultato libri e frequentato musei e biblioteche di Parigi e New York, ed i collezionisti mi hanno gentilmente segnalato i pochi set mongoli di loro conoscenza e le scarse pubblicazioni che esistevano sull’argomento. La svolta decisiva si è verificata però quando l’amico antropologo David Bellatalla, che trascorre diversi mesi l’anno in Mongolia per studi, girando di yurta in yurta ha reperito per me, non senza difficoltà, eccezionale materiale scacchistico corredato da importanti indicazioni. Nel corso degli anni ho potuto in tal modo elaborare numerosi concetti osservando e comparando quasi duecento set della Mongolia, della Mongolia Interna e del Tuva (raccolti, o visionati direttamente o in fotografia o disegno, o di cui ho letto una descrizione) e ne è scaturito uno studio originale, per il momento unico (Pozzi 2002).
    Ripercorrendo le esperienze vissute sessant’anni fa da Camman (1946 pp. 408-9), integrate e confermate dalle mie considerazioni, analizziamo allora il set della figura 1, che ci aiuterà a capire la profondità della concezione di questi scacchi.
    Il pensiero asiatico della divisione di tutte le cose in due elementi originali (da una parte il Bene, la forza e lo spirituale; dall'altra il Male, la debolezza e le cose materiali) si concretizza negli scacchi della Mongolia ed è particolarmente evidente nel presente set: con il "Rosso", cioè il partito che ha le basi colorate di rosso, stanno i Mongoli, che rappresentano la rettitudine; con le basi verdi i Cinesi, da sempre considerati i loro nemici ed oppressori.
    Il Re (Noyion o Capo Villaggio negli Shatar, gli scacchi della Mongolia) è, nel lato rosso, un giovane principe mongolo (Khan) seduto alla turca in trono con le mani sulle ginocchia (fig. 2 b); il suo antagonista è un viceré cinese anziano e baffuto, con le maniche larghe e le mani congiunte (fig. 2 a). Gli Alfieri (Temee = cammello a due gobbe, fig. 3 b, c) ed i Cavalli (Mori, fig. 3 a, d) sono caratteristici, ma simili a quelli di tutti gli altri set della zona. Le Torri (Terghe = carro, il tradizionale mezzo di trasporto dei nomadi, fig. 4) sono raffigurate da carrozze variamente colorate a due ruote, trainate da un cavallo con un palafreniere a fianco. I Pedoni (Huu = bambini) "mongoli" sono pavoni celestiali buddisti, ognuno intagliato in una diversa posa (fig. 5), mentre quelli "cinesi" sono comuni galline, che non esistono in Mongolia (fig. 6).


Fig. 2 - I due Re (Noyion), anziano e giovane.




Fig. 3 - b, c: gli Alfieri-cammelli (Temee); a, d: i Cavalli (Mori).




Fig. 4 - Le Torri-carrozze (Terghe).




Fig. 5 - I Pedoni (Huu) del lato "mongolo" sono pavoni celestiali buddisti.




Fig. 6 - I Pedoni del lato "cinese" sono galline.



    Negli scacchi di queste regioni la figura corrispondente alla nostra Donna è il Bers, una belva, qui rappresentata da una tigre con le fauci spalancate (fig. 7 a) e da un leone sacro del folklore buddista tibetano (fig. 7 b), anch'esso accosciato: in verde scuro ha gli occhi, la criniera, il pelo della schiena e un'insolita coda che scende a destra e a sinistra in sei parti, piegata  ad  angolo retto  una volta che  tocca il  terreno (fig. 8).


Fig. 7 a, b - Le Donne (Bers): tigre maligna e leone sacro buddista.




Fig. 8 - Re e Donne: si nota la coda del leone che scende divisa in sei parti.



    A priori, nessun giocatore occidentale immaginerebbe il perché della metamorfosi, ma in realtà questa figura non deriva dalla Donna europea, bensì dal Consigliere o Generale indiano, o dal Visir persiano. Orbeli e Trever nel 1936 (citati in Montell 1939, p. 98) hanno affermato che i Mongoli, non pronunciando la lettera "effe", hanno trasformato le parole persiane firz, frazin, farzin, fers o vizir in Bers, cioè tigre, e di conseguenza, nel lato opposto, per il ruolo corrispondente è stato scelto il leone (nella fig. 9, tra i loro Re, si vedono le Donne, leone e tigre, di un gioco di legno del 1950). La stessa teoria è stata accettata da Montell (1939), Camman (’46), Montagu (’58), Linder (’94) e Ivanova (’97).


Fig. 9 - Donne come leone e tigre in un set di legno del 1950.



    A mio parere però non può essere solo un cambio di consonante a far diventare il visir (fers) una belva (bers): il visir, o il generale, nelle battaglie costituisce il braccio operativo del Re e ne rappresenta la forza e le virtù, e nella tradizione mongola la forza e la tenacia sono espresse dal leone o dalla tigre.
    Per capire meglio il motivo per cui il Noyion è affiancato da una fiera, ho preso in considerazione il comportamento di Dersù Uzalà, lo straordinario frequentatore della taiga siberiana e mancese dei primi anni del ‘900. Il capitano Vladimir Arsen’ev dell’esercito dello Zar ha fatto alcuni viaggi con lui e lo ha descritto in un romanzo ("Dersu Uzala", originale in russo, nell’edizione italiana intitolato "Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure") da cui, nel 1976, il regista giapponese Akira Kurosawa ha tratto il famoso film. Da questo libro e dall’appendice di Ezio Savino si apprende che per Dersu tutti gli animali sono "uomini": egli li rispetta e pretende rispetto, e soprattutto con la tigre ha un rapporto particolare (nella fig. 10 vediamo una tigre come Donna-Bers, con i suoi tigrotti come Pedoni, appartenenti ad un set mongolo degli anni ’30 del 20° secolo).


Fig. 10 - Donna-tigre e Pedoni-tigrotti, in un set mongolo di legno del 1920-30.



    Nella taiga una tigre si para dinnanzi a Dersu e gli sbarra il cammino, e allora egli si rivolge a lei come ad un’amica chiamandola "Uomo-Tigre" (Arsen’ev 1984, nell’appendice di Savino, p. 232). Miti e credenze siberiane dimostrano quanto è antica e radicata la solidarietà tra l’uomo e il mondo della natura: anche gli animali hanno un linguaggio, che Dersu capisce, anch’essi cacciano e si organizzano in famiglie e in tribù (Arsen’ev-Savino 1984, pp. 226). Già Montagu (1958, p. 72) dice che il Bers "non è mai rappresentato come uomo, ma sempre come potere maschile animale", ed a maggior conferma di quanto detto a proposito del Generale che personifica la forza del Re, in un altro passo della stessa fonte si legge che "ogni tribù identifica in diversi animali determinate forze" (Arsen’ev-Savino 1984, p. 227).
    Per noi occidentali non è facile accettare questa concettualità, ma è proprio essa che ci può far capire l’inconsueto accostamento Noyion-Bers. Leone sacro e tigre feroce, pavoni e galline rispecchiano perfettamente il conflitto tra lo Spirituale e il Materiale, il Celestiale e il Terrestre, contrasto che è sempre esistito negli scacchi: Luce-Tenebre, Virtù-Vizio, Comunisti-Capitalisti, ecc.
    L'idea dell'eterna lotta tra il Bene ed il Male rappresenta uno dei più importanti motivi simbolici che ricorrono nella mitologia delle popolazioni dell'Asia centrale e settentrionale. L’immagine più diffusa della creazione è costituita dalla lotta titanica avvenuta tra i due spiriti supremi. Per rendere possibile la vita sulla terra essi si materializzano in enormi tori: lo Spirito del Bene in un toro bianco, quello del Male in uno nero (nella fig. 11 vediamo un toro d’avorio, che sta al posto della Donna di un set pastorale mongolo dei primi ‘900, e uno scuro, "Torre" di un gioco in pietra della metà del 20° secolo).


Fig. 11 - Un toro di pietra, "Torre" di un set della metà del 20° secolo, e un altro di avorio, "Donna" di un set pastorale mongolo dell'inizio de 20° secolo.



    Nelle epopee degli antichi eroi, negli affascinanti racconti delle avventurose scorrerie di esseri soprannaturali e di spiriti degli antenati, la figura dell'imperituro scontro tra gli "opposti" si carica di significati per meglio riprodurre l'identità culturale dei diversi popoli asiatici.
    Due religioni sorte nell'antica Persia hanno inoltre lasciato evidenti segni tra queste popolazioni, come ci testimoniano le innovazioni e le trasformazioni avvenute nella loro arte. Una è lo Zoroastrismo, fondato nel 7°-6° secolo a. C. da Zoroastro (Zaratustra), essenzialmente monoteista e ottimista, che riconosce Mazda come essere supremo in continua antitesi col principio del Male, su cui finirà per trionfare. L'altra è il Manicheismo, codificato nel 3° sec. d. C. da Mani (in Europa noto anche col nome di Manicheo), che di questo dualismo ha una visione pessimista.
    Molti set di scacchi della Mongolia, soprattutto quelli utilizzati per partite fra giocatori di etnie diverse, contrappongono un lato aggressivo ad uno pacifico: un Noyion di un gioco metallico dell'inizio dl 20° secolo (fig. 12 a) è seduto con un ginocchio sollevato, il che evidenzia un atteggiamento di attacco; l’altro (fig. 12 b) ha le gambe incrociate alla turca, cioè attende senza timore. Più in dettaglio si vedono i due Noyion di un altro set di bronzo dello stesso periodo, un guerriero gengiskhanide aggressivo (fig. 13 a) e un khan nomade pacifico (fig. 13 b).


Fig. 12 a, b - Un set metallico che oppone un partito aggressivo (in alto, riconoscibile dal Noyion con un ginocchio sollevato) a uno pacifico (in basso, col Noyion che tiene le gambe incrociate alla turca).




Fig. 13 a, b - I due Noyion di un altro set metallico: un guerriero gengiskhanide (aggressivo, col ginocchio sollevato) e un khan nomade (pacifico, seduto alla turca).



    Tali set riflettono esattamente la contesa fra predatore e preda che si è sempre svolta e sempre si svolgerà. La preda è necessaria al predatore, ma è vero anche il contrario: essi sono complementari, e il male per l'uno costituisce il bene per l'altro (Pozzi 2002 pp. 32-33). Senza la preda non può esistere il ciclo della vita, così come in mancanza dell'avversario la partita non è ipotizzabile. E' come se il genere umano e la Terra fossero un grande gioco di un Essere Supremo, mentre il compito dei giocatori è quello di capire l'etica della partita, cioè che il senso ultimo di questa è l'unità tra gli apparenti opposti.
    La partita a scacchi nella tradizione mongola è divenuta quindi la rappresentazione simbolica di un così importante messaggio (da un colloquio tra il dott. Enkhebatar, scacchista di Ulan Bator, la capitale della Repubblica Popolare di Mongolia, e David Bellatalla). Di fronte a questo scontro l'individuo deve comprendere e trascendere l'immagine degli opposti (yin-yang) e ricondurre il proprio pensiero all'unità. Le opposizioni chiaro-scuro, giorno-notte, maschio-femmina sono indispensabili per rendere possibile la vita attraverso la contesa e il gioco. E gli scacchi in Mongolia non lasciano alcun dubbio sulla loro potenziale valenza di significati, che ci riportano ad un percorso ideologico culturale legato ai miti dell'origine e all'eterna battaglia tra gli opposti.


BIBLIOGRAFIA


    ARSEN’EV V. K. 1984: Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure (con appendice di E. Savino), Milano (Mursia).
    CAMMAN S. 1946: Chess with Mongolian Lamas, in Natural History, novembre 1946, pp. 407-11, New York (American Museum of Natural History).
    IVANOVA N. 1997: Museo degli scacchi: Scacchi della steppa (p. 3 di copertina) in Shahmati in Russia, 9/97, Mosca. In russo, traduzione privata di Gabriele Crespi Reghizzi.
    LINDER I. M. 1994: The art of chess pieces, pp. 84-85; figg. pp. 150-159, Mosca (H.G.S.).
    MACKETT-BEESON A.E.J. 1968: Chessmen, p.105 e figg. pp. 96-97 e 100, London (Weidenfeld and Nicolson) - idem: edizione 1973, p. 87 e figg. pp. 80-81 e 85, Londra (Octopus Books Ltd).
    MONTAGU I. 1958: Chess in Mongolia, in British Chess Magazine, pp. 71-74.
    MONTAGU I. 1962: Mongolian chessmen, in British Chass Magazine, pp. 359-360.
    MONTELL G. 1939: Mongolian chess and chess-men, in Ethnos 2/39, pp.80-104, Londra.
    ORBELI I. e TREVER K. 1936: Satrang, kniga o saxmatax, Leningrado (Edizioni dell’Ermitage dello Stato); in russo.
    POZZI R. 1998: The Mongolian and Tuvinian chess sets and their symbolism (Relazione al Congresso di Vienna del Chess Collectors International), Como (edizione privata).
    POZZI R. 2002: I giochi di scacchi mongoli, riflesso della cultura nomade delle steppe - The Mongolian chess sets, reflecting the nomadic culture of the steppes, Como (edito dall'autore con il contributo del Chess Collectors International, Sezione Italiana); in italiano e in inglese.