Ken Whyld, uno dei più grandi studiosi di storia degli scacchi, se non il più grande in assoluto degli ultimi venti anni, si è spento improvvisamente la mattina del 11 luglio 2003. Una grave perdita per tutta la comunità scacchistica internazionale.
    E’ risaputo che da oltre un secolo è in atto senza sosta una intensa attività - talvolta con punte di valore scientifico - finalizzata allo studio delle origini, delle mutazioni e dello sviluppo del gioco degli scacchi che ha coinvolto studiosi di diversa nazionalità, di diversa estrazione, senza limiti di confine. Una comunità internazionale entro la quale i vari ricercatori imparano subito a rispettare il proprio e soprattutto l’altrui lavoro; in tale ambiente l’etica dello studio, il rispetto per altre opinioni e la correttezza sono come incise nel DNA delle persone.
    Il nostro paese vanta una eccellente tradizione in questa particolare materia. Materia, va detto, per l’Italia di grande spessore storico e culturale, come testimonia l’imponente patrimonio librario che caratterizza la nostra letteratura sul gioco, le sue regole e le sue strategie: dai preziosissimi codici manoscritti, sovente commissionati da corti principesche spesso superbamente miniati, ai libri a stampa cinquecenteschi e seicenteschi, quando, declinando la fama dei teorici spagnoli gli italiani si andavano affermando tra i più reputati giocatori del mondo e le scuole scacchistiche della penisola attiravano appassionati da tutta Europa.
    Probabilmente per questi motivi, ma anche e forse soprattutto, per l’ammirazione che egli nutriva per Adriano Chicco, Ken Whyld divenne presto un amico dell’Italia e della nostra storia scacchistica. Lo univa a Chicco certamente l’aspetto caratteriale; competenza, equilibrio, stile, saggezza, semplicità appartenevano ad entrambi. Apprezzava, come Chicco, il lavoro umile e profondo senza - come soleva rammentare - “vulgar showmanship”.
    In gioventù fu ripetutamente campione di scacchi della sua contea; partecipò più volte al campionato Britannico e divenne un giocatore di livello internazionale. Negli anni Cinquanta pubblicò il Chess Student’s Quarterly; dal 1955 al 1963 recensì oltre 500 libri di scacchi sul Chess Reader; compilò numerosi bollettini di Tornei e in collaborazione con J. Gilchrist scrisse una antologia delle partite di Lasker in tre volumi. In collaborazione con D. Hooper scrisse il celebre The Oxford Companion to Chess nel 1984, con successiva edizione 1987 che aggiornò eccellentemente nel 1992.
    Fu, per anni, insuperato redattore della celebre rubrica Quote & Queries del British Chess Magazine.
    Nel 1986 diede alle stampe il Guiness Chess the Records. Innumerevoli e di alto spessore culturale i suoi articoli dedicati alla storia degli scacchi. Quando il Chess Department della Biblioteca di Cleveland mi affidò l’incarico di studiare il ms. Il Dilettevole e Giuditioso gioco de Scacchi colà custodito, ebbi la grande sorpresa e il piacere di vedermi affiancato Ken per la versione in Inglese con l’aggiunta di un suo interessante giudizio tecnico. Nell’ambiente degli studiosi Ken Whyld divenne famoso per aver ripreso la bella idea di White di inizio Novecento di preparare dei libricini - naturalmente a soggetto scacchistico - da inviare in forma privata solo agli amici in occasione del Natale di ogni anno. Proprio ultimamente mi aveva informato che stava ultimando due lavori che, come la mia Bibliografia Italiana, egli definì “di servizio”. Il primo, il prezioso Chess Columns, una accurata elencazione di rubriche scacchistiche apparse in giornali riviste, rotocalchi di mezzo mondo, me lo consegnò personalmente con dedica, mentre il secondo scritto in collaborazione con C. Ravillous, Chess Texts printed before 1850, mi è purtroppo arrivato da altre gentile mani dopo la sua scomparsa.
    Vi è spiccato, in ogni studioso, il senso della solitudine; si è soli nel silenzio di una biblioteca, si è soli nel silenzio del proprio studio, si è soli quando si scrive, ma poi subentra la serenità del conforto di poter colloquiare con i colleghi e spesso nasce l’amicizia che unisce - talvolta per sempre - chi vive la stessa avventura intellettuale. Di questo e di altro strettamente personale parlammo solo qualche mese fa a Berlino. Mi sembra incredibile. Serberò per sempre nel mio cuore il ricordo di quello che il destino ha voluto che fosse il nostro ultimo incontro.

Alessandro Sanvito