L’improvvisa scomparsa di Alvise Zichichi lascia un vuoto incolmabile nel mondo scacchistico italiano e internazionale e una infinita tristezza in me che gli fui amico fraterno.
    Per me nulla sarà come prima senza la sua presenza.
    Zichichi, molto conosciuto in campo internazionale, è stato uno dei più popolari scacchisti italiani degli ultimi cinquant’anni; la sua carriera scacchistica, la sua attività editoriale, i suoi libri, l’AMIS, Il Premio Nazionale Gioacchino Greco e la sua esperienza di Presidente della Federazione Scacchistica Italiana sono già stati ricordati da altri suoi estimatori.
    Io sento il dovere di rendere omaggio ad Alvise cercando di spiegare quale fu il senso dominante della sua opera scacchistica che lo impegnò per tutta la vita.
    Per Alvise gli scacchi furono un amore esclusivo. L’intero significato di questa sua visione va ben oltre la semplice cronaca scacchistica.
    Due - per quanto credo di aver capito io in tanti anni di sincera amicizia - furono le travi portanti del suo pensiero scacchistico: la preservazione e la rivalutazione della cultura scacchistica italiana e il senso, vago ma profondissimo, dell’appartenenza.
    Due pensieri apparentemente diversi fra loro, ma in realtà complementari e strettamente legati: i veri motivi conduttori della sua vita scacchistica.
    Dedicò al primo, soprattutto quando creò l’AMIS, tempo, fatica, denaro, con risultati di eccezione sia sul piano puramente tecnico, sia su quello culturale, con importanti iniziative editoriali, che gli valsero autorevoli riconoscimenti in Italia e in Europa.
    Questo spiccato interesse per la cultura scacchistica lo trasferì ovviamente anche nel privato, acquistando ovunque gli capitasse, libri di scacchi, soprattutto, rigorosamente italiani. La sua eccellente libreria personale, naturalmente, gli somigliava: caotica e disordinata, ma straordinariamente viva, perché le modalità della lettura, la calma che sovviene nel dominare tattilmente quelle pagine piene di storia scacchistica erano per lui un piacere insostituibile.
    Proprio questo amore per i libri fu il nostro ultimo e quasi quotidiano argomento; aveva deciso di riordinare e catalogare la sua biblioteca confidando nella mia collaborazione ma un disegno che spesso ci sfugge non lo ha permesso.
    Circa il secondo dei suoi pensieri dominanti, vi era in lui vivissimo il sentimento dell’appartenenza; nella sua visione tutto il movimento scacchistico italiano, nelle sue diverse espressioni, doveva essere rappresentato e i vari protagonisti dovevano sentirsi rappresentati; un concetto di coinvolgimento “raro” nel quale tutti avrebbero dovuto riconoscersi, verosimilmente destinato a rimanere - proprio perché raro - isolato. Non tanto per la profondità del pensiero, quanto per le sue particolari manifestazioni e i presupposti culturali che lo sottintendono.
    Una visione superiore che, tuttavia, non richiede substrati di particolare cultura per manifestarsi; basterebbe attingere al background invisibile ed impalpabile che vi è nell’animo di ognuno di noi.
    Alvise né è stato interprete unico e straordinario.
    Il significato di tutto il suo viaggio scacchistico, basato su due capisaldi fondamentali, la cultura e l’appartenenza, non fu mai per Alvise la meta ma il modo di percorrere una via.
    Ma Alvise possedeva talenti rari - oltre a quello scacchistico -, l’intelligenza, l’acume, l’equilibrio nei giudizi, il saper ascoltare e una grande saggezza.
    Vi era in lui la nobiltà che comunemente si assegna agli scacchi. Alvise ha servito gli scacchi per tutta la vita; non se ne è mai servito per scopi che fossero diversi da quell’etica originaria.
    Per natura tollerante e disposto al dialogo, era paziente, ma entro certi limiti; dopo di ché rinunciava. Pensava che non esiste una rendita della civiltà. Il rispetto degli altri è una faticosa conquista quotidiana, qualcosa che bisogna strappare ogni giorno al proprio egoismo, e talvolta anche ai propri ideali; per questo temeva il pericolo dell’intolleranza ma la tolleranza - diceva - non è una rinuncia alle proprie posizioni; è una cosa assai più semplice e infinitamente più utile. E’ la fiducia, anche inflessibile, nella duttilità della ragione propria e altrui. Che è il contrario sia dell’intolleranza, sia della confusione.
    Si capiva che qualcosa gli era dispiaciuto, ma non ne parlava; manifestava una riconquistata serenità. Una serenità di chi, - penso - per lavorare per il bene degli scacchi, aveva speso tanto tempo e al Tempo aveva affidato le sue fatiche, perché sapeva che il Tempo, sempre corretto, gli avrebbe reso un giorno quanto dovuto.
    E questo giorno è già purtroppo arrivato.


Alessandro Sanvito