Un Vescovo africano scrisse un capitolo misterioso ...


   Adriano Chicco, in un articolo intitolato ”Gli scacchi nei primi secoli cristiani”apparso sulla rivista “La Scacchiera” nel 1954”, avanzò una brillante interpretazione sul misterioso capitolo 7 del De aleatoribus (anche detto Aleat).
  Gli storici ci dicono che il De aleatoribus confluì dopo il IV secolo nel ricco corpus delle opere attribuite al Vescovo di Cartagine,Tascio Cecilio Cipriano (1), ma fin dal XVI secolo fu riconosciuto come testo non autentico di Cipriano.
  Il testo latino De aleatoribus, con traduzione italiana a fianco, oggi ci viene presentato in edizione critica da Chiara Nucci utilizzando i 6 codici più affidabili, trascritti dal VIII al XII secolo, tra le 53 copie che tramandarono il De aleatoribus.
  L’edizione della Nucci segue quella di G.Hartel (1871), di A.von Harnack (1888), di Hilgenfeld (1889), di Miodonnski (1889) e di M. Marin (1984, edizione privata).
  Il De aleatoribus è un sermone cristiano -omelia-scritto in un latino volgare, cioè come parlato e scritto dai contemporanei di quelle zone.
  In esso si condanna severamente chi pratica il gioco dei dadi.
  Tutti gli studiosi che hanno analizzato il testo, ritengono che la predica sia stata scritta da un Vescovo per la propria “ecclesia”. Alcuni pensarono che il Vescovo fosse di origine romana ed altri di origine africana. La Nucci ritiene che l’ipotesi di una origine africana sia più convincente di una romana per le testimonianze linguistiche ed epigrafiche cristiane d’Africa e le analogie morali che si riscontrano con gli scritti dell’africano Tertulliano e dello stesso Cipriano.
  Dubbi riguardano anche la datazione dell’omelia. Secondo la Nucci “sembra più convincente datare l’omelia alla seconda metà del III secolo senza escludere una dilazione a fine III secolo-inizio IV secolo”.

  Adriano Chicco nel suo articolo prendeva in esame il solo capitolo 7 dell’omelia (e solo quello da me messo in corsivo) che qui riportiamo nella versione italiana della Nucci:
  “Da dove provenga questa sacrilega occupazione e da dove questo capo d’accusa, lo possiamo provare grazie alla testimonianza di autori. Allorché infatti un tale, assai erudito negli studi letterari, dopo essersi applicato a lungo, giunse a questa occupazione perversa e assai dannosa, per istigazione del solo demonio, che lo aveva pervaso con i suoi artifici, mostrò quest’arte e la rappresentò nelle opere di scultura (sculptoris cum sua imagine fabricavit), perché fosse venerata insieme alla propria figura.
  Propose così un’immagine della sua persona con l’iscrizione del suo nome (Statuit itaque imaginem speciei suae cum nominis sui subscritione), per istigazione dell’avversario, che si era insinuato nel peccatore per inventare quest’arte.
  Così dunque, mostrandosi con questa immagine familiare, si colloca in qualche luogo alto, sorreggendo questa tavola da gioco tra le pieghe (dell’abito), così da apparire egli stesso come giocatore e inventore di questa frode, sicchè il suo nome non deve essere nominato dai servi di Dio: infatti è vergognoso nel nome come è iniquo nelle azioni, e ogni servo di Dio che si buttasse sulla tavola da gioco potrebbe essere chiamato con il nome dell’istigatore.
  Costui infatti, riprodotto in simulacri costituiti da statuette (cum se in statunculis simulacris formaret , escogitò un altro crimine; poiché dice di dover essere adorato dai suoi imitatori, ha stabilito l’obbligo di un sacrificio in suo onore, cosicchè chiunque vuol aderire alla sua invenzione, non può mettere mano alla tavola da gioco, se prima non ha sacrificato all’inventore di questo (vizio). Di conseguenza, di lui che una volta era stato uomo e un corruttore perché spingeva al crimine, dopo la morte ha meritato di essere venerato da gente pagana e in errore, sotto il fittizio nome di un dio
”.

  Secondo Chicco, nelle righe sottolineate, si alludeva invero agli scacchi. Le “statuette”che l’inventore avrebbe fatto per i giocatori erano i pezzi degli scacchi. E nonostante che ben 5 su 11 capitoli della predica riguardassero il gioco dei dadi e che l’omelia menzionasse in più punti “aleae tabula” ed “ossicini che cadendo sul tavoliere fanno crepitio”, Chicco concludeva che tale capitolo aveva “una importanza rimarchevole nella storia degli scacchi in quanto poteva considerarsi la prima menzione letteraria avutasi in Occidente sul gioco degli scacchi“, anche se formulata in modo allusivo e infarcito di fantasiose notizie.   
  Come mai Chicco, sempre così puntuale e prudente nell’avanzare ipotesi, diede questa interpretazione al capitolo 7 dell’ Aleat?
  Certamente influì la sua convinzione, per la prima volta espressa già nel Gennaio 1953 in un articolo intitolato “Ad Occidente qualcosa di nuovo” e poi ribadita anche in seguito in diversi scritti e mai ritrattata che “già nel terzo o quarto secolo i romani fossero venuti in contatto con questo gioco, probabilmente in seguito ai rapporti commerciali che essi ebbero con l’Oriente fin dai tempi degli imperatori Alessandro Severo e Valeriano e forse i legionari romani che combatterono contro i Persiani nel 260 dopo Cristo portarono in patria, con l’amaro ricordo delle campagne perdute, anche gli strani pezzi di quel gioco: un souvenir, certamente meno ingrato, di quelle lontane genti.” (pag.13, 1959).
  Questa importazione dei pezzi di scacchi in Italia avrebbe potuto avvenire verosimilmente se gli scacchi fossero stati giocati in Asia nei primi secoli dell’era cristiana o anche prima.
  Questa ipotesi storica contrastava con le altre due ipotesi allora circolanti negli ambienti degli storici, che cioè gli scacchi fossero stati inventati attorno al 570 d.C. in India (ipotesi Murray) o addirittura in Cina (ipotesi Needham).
  A dir il vero ancor oggi, per la maggioranza degli studiosi occidentali del gioco degli scacchi, l’ ipotesi indiana regge meglio dell’ipotesi cinese, anche se non è da escludere che dei proto-scacchi - da cui sarebbero derivati gli scacchi conosciuti dagli Indiani e dai Persiani e poi ripresi dagli Arabi e infine dagli Europei -possano essere comparsi tra il 400 a.C. e il 400 d.C. in una zona sud dell’Asia centrale (oggi del Pakistan, Afganistan, India).
  Ma anche questa ipotesi dei proto-scacchi è solo “logicamente possibile” e forse solo l’archeologia potrà magari un giorno darci una più precisa risposta in merito.
  La convinzione di Chicco sulla maggior antichità degli scacchi rispetto all’ipotesi cinese/indiana era derivata dal ritrovamento casuale di 19 pezzi di scacchi (osso con tappo d’avorio) a forma islamica, durante uno scavo di edilizia privata effettuato nel 1932 a Venafro (località Chiaione), in uno strato di terreno ritenuto appartenente all’età romana non posteriore al terzo secolo dopo Cristo.
  L’archeologa Olga d’Elia, che aveva studiato e descritto per prima gli scacchi di Venafro, li aveva definiti “d’epoca romana ” e lo stesso celebre Prof. Amadeo Maiuri aveva assicurato a più riprese personalmente Chicco che gli scacchi di Venafro erano invero d’età romana imperiale.
  Inoltre Chicco era stato confortato anche dal giudizio dell’ esperto archeologo tedesco H. Fuhrmann, dell’Istituto Archeologico Germanico in Roma. Secondo Fuhrmann i pezzi di Venafro avevano una singolare somiglianza sia con gli 8 pezzi (osso e avorio) ritrovati in data imprecisata (probabilmente tra il 1892 e il 1931) nelle catacombe cristiane di San Sebastiano, come noto utilizzate solo fino al IV secolo d.C., sia con altri 9 pezzi in pasta di vetro ritrovati casualmente in località ignota in Egitto e conservati nel Museo Islamico del Cairo e databili secondo Fuhrmann intorno al 27 a.C-180 d.C.
  H. Fuhrmann, aveva attribuito invero i pezzi di San Sebastiano al gioco romano dei “soldati” o anche detto delle “pietre” (ludus latrunculorum, da latrunculi= soldati mercenari o ludus calculorum da calculi = pietre) ma questa attribuzione dei pezzi al gioco romano era stata respinta dagli studiosi perché tutti i pezzi in questione avevano la forma tipica degli scacchi islamici.
  Chicco, confortato dal parere di questi autorevoli studiosi, aveva ritenuto quindi che l’ipotesi che gli scacchi potessero risalire ad epoche di gran lunga anteriori al VI secolo d.C. fosse attendibile e non del tutto inverosimile.
  Altra testimonianza probante per Chicco era il mosaico pagano, scoperto nel 1851, e sottostante al pavimento della cattedrale di Pesaro. Tale mosaico mostrava nitidamente una scacchiera con due giocatori. Anche in questo caso i periti avevano fissato la datazione del mosaico attorno al V -VI secolo d.C. e Chicco leggendo la scritta riportata sul mosaico (“Paride re di Troia toglie a Menelao Elena, a cagione della quale Troia perì; essa lieta torna in Grecia”) aveva dedotto che questi due giocatori “non possono quindi essere che Palamede ed Ulisse, i due eroi … che la leggenda glorificò come scopritori del gioco degli scacchi.” Questo perché il tavoliere del mosaico era una scacchiera e secondo Chicco “nessuno dei giochi propri dell’antichità si giocava - per quanto è possibile dedurre dalle fonti - su tavolieri a scacchi.”
  Convinto da queste varie testimonianze e perizie rilasciate da esperti archeologhi, Chicco si diede a ricercare delle testimonianze letterarie coeve che parlassero di scacchi. E quindi, dato che i testi pagani erano stati abbondantemente studiati e nulla era emerso al riguardo, si diede alla ricerca di accenni scacchistici nei testi cristiani.
  Il misterioso capitolo 7 del De Aleatoribus fece al caso suo. Ma invano. Oggi infatti noi sappiamo che le perizie della D’Elia sui pezzi di Venafro erano errate. Sono state confutate dalla datazione radiocarbonica,effettuata nel 1994 con il metodo della Spettrometria di Massa con Acceleratore. La datazione dei pezzi di Venafro è intorno al 900 d.C. con una incertezza + o - di 130 anni circa.
  Già nel 1975 Pavle Bidev, filosofo macedone e studioso dell’origine degli scacchi, aveva dubitato sulla millantata romanità dei pezzi di scacchi di Venafro e di San Sebastiano, e aveva suggerito di sottoporre gli scacchi ritrovati alla prova del “carbonio 14”. Ma i tempi non erano maturi perché a quell’epoca la prova scientifica avrebbe comportato la perdita di almeno 100 grammi del materiale, cioè almeno tre pezzi se non di più, mentre nel 1994 vennero distrutti nella prova radiocarbonica solo 2 grammi da un unico pezzo di 40 grammi.
  Gli scacchi di San Sebastiano e del Cairo non sono stati sottoposti alla prova del radiocarbonio ma ormai nessuno più mette in dubbio che siano di epoca più o meno coeva a quelli scoperti a Venafro.

  Tolto quindi l’equivoco che le frasi del Vescovo si potessero riferire agli scacchi, come interpretare il misterioso testo che aveva tanto attratto l’attenzione di Chicco?
  L’omelia inizia con una chiara presa di posizione da parte del Vescovo: “Noi siamo molto preoccupati per tutti i nostri fratelli, o fedeli, e soprattutto per la malvagia insolenza di tutti quegli scellerati, mi riferisco ai giocatori di dadi.” (1,1-1,3) e più avanti avverte i suoi fedeli che i lacci del diavolo sono numerosi e fra questi c’è “il gioco dei dadi (aleae tabula)” (5,10) e che la mano “che gioca coi dadi (aleatricem manum), [è] abituata a una occupazione viziosa, cioè il gioco dei dadi (id est aleae tabula), che è un male provocato dal diavolo e un piacere (che è) ferita insanabile (5,20--5,22) e che il gioco dei dadi comporta “follia, stoltezza e lo spergiuro in nome del denaro” (6,3-6,4), e che “il gioco dei dadi è quello aborrito dalla legge, il gioco dei dadi è quello cui fa seguito un crimine ignobile, dove la tentazione è manifesta e la condanna occulta” (6,19-6,20) e poi si domanda “O fedeli, che razza di uomini sono costoro che, mentre nessuno li incalza, fanno del male a se stessi e si incalzano così da disperdere la propria eredità paterna a causa di uno svariato numero di ossicini? (ossuorum multiforme numero)” (6,25-6,27) e ancora “da una parte risuona il rumore dei dadi” (hic concrepat alae sonus) (6,31) e che “i fedeli che giocano ai dadi sono fuori di sé e spergiurano con grida da invasati e … si mettono le mani addosso, maledicono, si votano al diavolo, disonorano, mescolati a gente depravata, la propria famiglia. Risuona davanti a tutti il crepitio dei dadi (Sonat publice aleae screpitus) (9,2-9,6). E poi infine “il Cristiano che gioca a dadi insozza le sue mani nel momento in cui esse compiono il sacrificio del diavolo in onore dell’inventore” (9,11-9,12).
  Tutta l’omelia è quindi palesemente un’ accusa al comportamento sacrilego del giocatore (cristiano) di dadi e conclude infine con un imperativo morale per il cristiano “Non tornare a guardare i dadi (Aleam noli respicere)”(11.25).
  Da queste frasi è interessante sottolineare che chi gioca lo fa con uno svariato numero di ossicini (6,25-6,27) e che questi fanno rumore cadendo (6,31).
  Ora i dadi nell’antichità si ricavavano spesso, ma non sempre, dagli astragali detti anche tali od ossi, della zampa di capra o di montone. Il dado ricavato dall’ astragalo aveva una forma a quattro facce irregolari.
  La parte convessa del dado valeva 3, la concava 4, la più instabile 6 e l’altra 1. All’astragalo mancava quindi il numero 2 e il numero 5. Si giocava d’azzardo tirando sul tavolo 4 astragali. Sembra che il criterio della vittoria o della perdita non fosse il punteggio maggiore o minore derivante dalla somma dei punti delle facce, ma piuttosto quale posizione i tali assumessero dopo il lancio sul tavolo.
  Il miglior colpo possibile era quando gli ossi cadevano su facce diverse l’uno dall’altra. Era detto colpo “di Venere”. Il peggior colpo possibile e sicuramente perdente, chiamato “del cane”, si aveva quando gli astragali cadendo finivano tutti con la faccia dell’1. Tutte le combinazioni si indicavano con un nome di persone o divinità. Si avevano graduatorie intermedie tra il colpo di Venere e quello del cane. Le regole del gioco d’azzardo con gli astragali non sono tuttavia chiare perché le fonti letterarie greche o romane non le descrivono compiutamente.
  Nell’antichità romana si usavano anche dadi a 6 facce (in latino tesserae, in greco kuboi). Essi potevano essere di materiali vari come osso, terracotta, bronzo, vetro, ambra, avorio, oro. I dadi portavano su ogni faccia dei cerchietti con al centro un puntino, i cerchietti andavano dall’1 al 6. I dadi venivano gettati sulla tavola da gioco con un bussolotto (fritillus) (2) per evitare ai bari di manipolare il lancio e far uscire il numero desiderato.
  Il gioco dei dadi era chiamato dai latini alea come il dado con cui si giocava.
  A tutti è nota la celebre la frase che Giulio Cesare avrebbe esclamato, prima di attraversare il Rubicone con la sua XIII legione per dirigersi verso Roma violando così la legge romana che proibiva l’ingresso di un esercito romano entro i confini di Roma:
  “ Andiamo dove ci chiamano gli dei e l’ingiustizia dei nemici [cioè a Roma]. Il dado è tratto (Alea Jacta est”, Svetonio,”Cesare, 32”) oppure la rivelazione scandalistica sempre di Svetonio sulla passione di Nerone al gioco quando ci informa che “Nerone giocava 400,000 sesterzi al punto” (Quadringenis in punctum sertertiis aleam lusit). Tuttavia l’etimologia del termine alea è piuttosto oscura. Secondo Isidoro di Siviglia (c.560-636 d.C.) deriverebbe dal nome dell’inventore -un soldato greco che combatté sotto le mure di Troia. Secondo l’umanista olandese, Vossius (1662), il termine deriverebbe dal greco alasti, essere vago, incerto. Studi recenti farebbero derivare alea da una forma dorica (aleos) che significa “folle”, “dissennato”.
  In Grecia si giocava con i dadi (detti kubei) e il gioco d’azzardo veniva denominato genericamente “kubeia” mentre i giochi da tavoliere senza azzardo e senza dadi venivano chiamati col termine generico di “petteia” dato che si giocavano con le pedine (detti pessoi ). In Grecia i giochi di petteia era la polis, la pente grammai (5 linee) e il diagrammismos.
  Nell’impero romano il gioco da tavoliere (tabulae) giocato con dadi era il duodecim scripta (una specie di nostro tric-trac) che così si chiamava perché sul tavoliere quasi sempre di marmo c’erano scritte su tre righe, a due a due, 6 parole di 6 caratteri.
  In Egitto si giocava con i dadi il mehen o anche detto del serpente attorcigliato, il SNT (=senet=passaggio) detto anche delle 20 caselle, il gioco dei 58 buchi o anche conosciuto come gioco degli sciacalli o delle palmette.
  In tutti questi giochi le pedine si muovevano su di un tracciato fisso a secondo del risultato (aleatorio) dei dadi. I dadi erano diversi di forma. Essi potevano essere oblunghi o tetraoidi.
  Le pedine in Egitto e nel Medio Oriente avevano spesso forme zoomorfe(cani, sciacalli, leoni) o antropomorfe (sonatori di flauto, combattenti, e anche raffigurazioni divine) oppure semplici forme cilindriche o cuneiformi.

  Ritornando al De Aleatoribus il Vescovo africano proclama all’inizio nel capitolo 7: “Da dove provenga questa sacrilega occupazione (cioè il gioco dei dadi) …, lo possiamo provare grazie alla testimonianza di autori”. Purtroppo poi il Vescovo non fornisce alcun nome al riguardo, peccato perché questa mancanza ci impedisce di capire quale fosse la reale conoscenza che il Vescovo aveva in materia ludica.
  Il Vescovo precisa però che l’inventore di questa sacrilega occupazione era un uomo assai erudito negli studi letterari e che aveva inventato quest’ arte (cioè il gioco dei dadi) con l’aiuto del Diavolo. Ma chi era costui?
  Forse il Vescovo si riferiva alla leggenda di Palamede, mitico figlio di Nauplio, re dell’Eubea, che la tradizione greca riteneva avesse inventato i dadi e le pedine? Sofocle lo cita quale inventore dei giochi con i dadi sotto le mura di Troia per alleviare ai soldati la noia dell’inattività e la perfino fame dovuta alla carestia.
  Però Palamede non era un letterato erudito ma un generale militare e quindi non si configura alla descrizione che ne fa il Vescovo.
  O forse il Vescovo aveva letto il Fedro di Platone in cui Socrate ammetteva la leggenda che “presso Naucrati d’Egitto [città del delta del Nilo ove il re Amasi aveva fissato la residenza dei greci nel VI secolo a.C.] c’era uno degli antichi dei di quel luogo al quale era sacro l’uccello che chiamano Ibis e il nome di questo dio era Thoth.(3) Dicono che per primo egli abbia scoperto i numeri, il calcolo, la geometria e l’astronomia e poi la petteia e la kubeia e infine anche la scrittura” (274 C ss). C’è da notare che Platone utilizza proprio i termini di petteia e kubeia, non conoscendo altri termini ludici che quelli greci.
  Nel Filebo di Platone, (18B ss) Socrate definisce Thoth “un dio o un uomo divino”. Era Thoth l’inventore a cui il Vescovo si riferiva?
  Il Vescovo aggiunge infatti che l’inventore ha meritato dopo la morte di essere venerato dalla gente pagana e in errore, sotto il fittizio nome di un dio. Così era capitato a Thoth, inventore e letterato.

  In effetti la leggenda egiziana descriveva il dio Thoth quale scriba ufficiale degli dei e possessore di una grande biblioteca. Thoth sarebbe stato fra l’altro autore di diversi libri (“Libro dei Morti”, “Il Libro dei Sospiri “”Il Libro di Thoth” ) e anche inventore dei dadi e giocatore d’azzardo lui stesso, tanto che avrebbe vinto ai dadi 5 giorni alla Luna. Quindi Thoth corrisponderebbe alla figura del letterato-erudito, inventore-giocatore d’azzardo descritto dal Vescovo.
  Peccato che Thoth venisse raffigurato in Egitto come un uomo con testa dell’ibis o come un babbuino con la testa di un cane. Mai veniva rappresentato come giocatore e se in alcuni dipinti parietali il dio Thoth-con testa dell’uccello ibisaveva nella mano una tavola, quella era solo la tavoletta degli scribi di cui era patrono.
  Il Vescovo riferisce che l’inventore del gioco dei dadi avrebbe riprodotto in simulacri a forma di statuette la propria persona per farsi fare offerte da coloro che volevano aderire al suo gioco. Forse le statuette erano idoli porta fortuna a cui i giocatori sacrificavano prima di giocare? Purtroppo non si sono ritrovate idoli portafortuna ma solo dadi, tavolieri e pedine. Inoltre il Vescovo a quali opere di scultura si riferiva? In vero non si sono mai ritrovate fino ad oggi sculture di giocatori intenti al gioco di dadi. Magari il Vescovo aveva visto pitture che illustravano personaggi che giocavano a dadi? In effetti queste pitture erano state un motivo iconografico ricorrente su anfore in Grecia e su pareti o mosaici nell’impero Romano. Tipico il vaso greco(Exekias, 530 a.C), conservato al Museo Gregoriano Etrusco, Città del Vaticano, in cui si vedono gli eroi omerici Aiace ed Achille chini a giocare con 2 dadi su un tavoliere. Molti altri esempi di vasi greci con lo stesso topos si possono ritrovare nei musei europei. Gli eroi omerici che giocano a dadi sono invariabilmente Palamede, Aiace, Achille e spesso Tersite che però assiste al gioco. I Romani ci hanno lasciato invece varie raffigurazioni di prosaici giocatori che litigano mentre giocano ai dadi. Tipico disegno è in una caupona (specie di bisca)pompeiana del I dC (Napoli, Museo archeologico Nazionale) oppure i mosaici della Megalopsychia di Dafhne, 450 dC (Museo di Antioca) oppure il mosaico romano di El Djem del III s.dC conservato al Museo del Bardon. inventario 3197 (Tunisia). Non abbiamo alcuna prova che il Vescovo si riferisse proprio all’ inventore egiziano (dio Thoth), ma l’origine africana del mito avrebbe potuto essere più familiare al Vescovo africano dell’origine ellenica del mito di Palamede. Thoth, idolo egiziano, certamente è più corrispondente alla descrizione fornita di quella del generale Palamede.

  Inoltre il Vescovo avrebbe potuto aver visto le immagini dei giocatori di senet raffigurati a Beni- Hassan vicino alle Piramidi o l’immagine dello stesso Faraone Ramseses III che giocava con le sue donne (tombe di Tebe). Le statuette del senet possono essere scambiate con idoli da un profano e per di più accanito combattente cristiano contro ogni forma di idolatria.
  In fondo il Vescovo africano non era uno storico del gioco dei dadi -che considerava gioco malefico e pagano - e qualche fantasioso svarione di carattere storiografico sulla genesi del gioco glielo si può concedere. Ma c’è da domandarsi se la precisazione del Vescovo che la statua dell’inventore fosse collocata in qualche luogo alto, sorreggendo questa tavola da gioco tra le pieghe (dell’abito), così da apparire egli stesso come giocatore sia frutto di una attenta osservazione dei posti allora frequentati dai giocatori di dadi o fosse una altra fantastica illustrazione. Non solo ma il Vescovo chiaramente dice che non si poteva mettersi a giocare se prima non si fosse sacrificato all’inventore e questo ai cristiani non era lecito. Non si doveva sacrificare a idoli perché “Colui che sacrifica agli dei e non a Dio solo, sarà annientato.“
  Sembrerebbe quindi che l’accenno alle statuette e alla statua stessa dell’inventore sia un frutto della fantasia del Vescovo per legare il gioco dei dadi con l’idolatria stessa e quindi condannare in modo assoluto la pratica del gioco per un cristiano

NOTE:

(1)  Cipriano era nato a Cartagine intorno al 200 d.C. da colta e benestante famiglia pagana. Nel 248 si avvicinò al cristianesimo tramite la predicazione del prete Cecilio, da cui prese il nome quando venne ordinato sacerdote. Diede tutti i suoi beni ai poveri e poco dopo venne eletto ”a voce di popolo” Vescovo di Cartagine. Nel 257 l’imperatore Valeriano emanò un editto contro i cristiani e Cipriano morì martire l’anno seguente presso Cartagine.
(2)  Il bussolotto per i dadi si chiamava in latino fritillus. I più sofisticati erano detti anche turricula e rassomigliavano a delle piccole torri con delle lamine al loro interno in modo che i dadi dovessero fare un percorso obbligato prima di cadere sul tavoliere del gioco e non potessero essere manipolati con le dita.
(3)  Thoth era venerato in Egitto come la forza regolatrice responsabile di tutti i calcoli e le annotazioni celesti, il signore e il moltiplicatore del tempo(partita a dadi con la luna), l’inventore dell’alfabeto e della scrittura, patrono della magia.
  La tradizione egiziana ce lo presenta come inventore della scrittura ed era considerato lo scriba ufficiale dell’oltretomba e a lui si attribuiva il “Libro dei Morti”. Era per questo diventato il patrono degli scribi dell’Egitto che a lui sacrificavano prima di iniziare il loro lavoro. Veniva raffigurato in statuette dall’aspetto di un babbuino con testa di cane o come un babbuino. Ben lo testimonia una statuetta in pietra nera (Museo di Stato di Berlino, datata XVIII Dinastia 1550-1075 a.C.), in cui si ritrae uno scriba egiziano che sacrifica, spruzzando alcune gocce d’inchiostro prima dell’inizio del suo lavoro, al dio Thoth (babbuino).
  Ma Thoth lo si raffigurava anche come un atletico uomo con la testa dell’ ibis, dal lungo e curvato becco che ricordava la luna crescente. Si tramanda che Thoth un giorno sfidasse la Luna a una partita a dadi. La posta in palio era stata 1/72 dell’anno lunare composto da 360 giorni (12 mesi x 30 giorni). Thoth aveva vinto la partita e con i 5 giorni vinti (360/72=5) aveva allungato l’anno a 365 a beneficio dell’umanità.


Bibliografia
- A. Chicco, - Ad Occidente qualcosa di nuovo, in La Scacchiera, gennaio1953.
- A. Chicco, - Gli scacchi nei primi secoli cristiani, in La Scacchiera, luglioagosto1954.
- A. Chicco, - Contributi dell’archeologia alla più antica storia degli scacchi, in “Tutti Scacchi”n.12, Aprile 1974.
- A. Chicco, - I primordi degli scacchi in Italia. in “ Eco-Scacco!” supplemento alla rivista “Scacco!”, n.8 di ottobre e n.9 di novembre, 1978.
- G. Ferlito-A. Sanvito,“Protochess, 400 B.C to 400 A.D.” in Chess Monthly, September 1990.
- A.A.V.V. Jouer dans l’antiquitè, Muséees de Marseille,1992.
- A. Sanvito - I nove pezzi in pasta di vetro del Museo del Cairo, in “L’Italia Scacchistica”, n.1063, Maggio 1994.
- A.A.V.V. - Gli scacchi di Venafro, L’Italia scacchistica, Giugno 1994.
- M. Fittà, I giochi e i giocattoli nell’antichità, Leonardo Arte, Milano 1997.
12) C. Nucci,- Il Gioco dei dadi, PseudoCipriano, Biblioteca Patristica, EDB, Bologna 2006.

[Articolo pubblicato su Scacchi e scienze applicate, fasc. 20, 2006 (2007), pag. 11-15]